Cinquanta (o quasi) sfumature di EPUB
Tra i paralleli storici che si possono fare partendo dalla situazione attuale dell’editoria digitale, uno dei più intriganti rimane, a mio modesto parere, quello delle browser war dei primi anni Duemila. Ricordate com’era sviluppare un sito web nei tempi immediatamente successivi alla formalizzazione di HTML4? Ricordate quegli innumerevoli siti web che “Ottimizzato per Internet Explorer 5 a una risoluzione di 1024x768px”?
Credo di non essere l’unico a ricordare l’impagabile esperienza di navigare con un browser particolarmente pignolo qual era Opera col suo rendering engine Presto, quando quasi nessun webmaster (all’epoca si chiamavano ancora così) aveva tra i suoi feed A List Apart. Una sensazione molto simile è il pane quotidiano di chi si occupa di contenuti editoriali digitali e di come renderli fruibili nel miglior modo possibile dai diversi device oggi sul mercato (o dalla maggior parte di essi).
Una cosa che ai tempi non si faceva e che oggi fortunatamente si fa è discutere anche accanitamente sui fondamentali. Mi riferisco al post di Richard Pipe di Infogrid Pacific, dove si critica l’approccio di IDPF allo standard EPUB3 e dove si propone l’utilizzo di un nuovo standard, massimamente semplificato, che renda la vita il più semplice possibile a chi i contenuti digitali deve produrli: EPUB0 (epub-zero, esatto: la “specifica” risale a questo post di Dave Cramer). Ho alcune perplessità sul contenuto del post di Pipe. Potrei farne un elenco, ma tutte derivano da una matrice comune.
Viene sostanzialmente detto che EPUB3 è uno standard mal concepito e incompleto, oltre che un fallimento sul mercato, e che IDPF è un organismo mosso più da interessi corporativi che dalla volontà di produrre reale innovazione. In particolare, viene sottolineato che
«Like XHTML 2.0, ePub3 has some good ideas, totally drowned by proprietary, limiting and publisher business threatening silliness. Hence the inevitable need for a reality check, a new format and a reboot of the current thinking».
La specifica di EPUB3 è a mio modo di vedere il frutto maturo del compromesso tra innovazione e conservazione, prova ne sia la ricchezza di parti che illustrano i meccanismi di fallback nel caso in cui un Reading System non supporti o supporti in maniera incompleta le nuove feature. È vero, naturalmente, che IDPF ha consapevolmente “pescato” dal set di feature CSS e HTML5 selezionando solo alcune delle caratteristiche e riversandole in EPUB3. Il problema di questa prospettiva è che manca completamente l’obiettivo, dimenticando il contesto in cui IDPF è nata e si è trovata ad agire, e probabilmente non è scevra da una certa dose di polemica personale tra Pipe e McCoy, che a quanto pare ha bisticciato con Pipe annunciandogli che la suite AZARDI non sarebbe stata mai più nominata in nessun talk di IDPF.
Il lavoro fatto con EPUB3 è stato grosso. Molto grosso. Solo la parte riguardante i metadati – che sono stati, manco a dirlo, la buzzword del 2011/2012 ma che nessun publisher ha cominciato a curare come si deve – meriterebbe un plauso perenne, riuscendo a conciliare completezza e semplicità di gestione da parte di un software di lettura. Quando il working group ha cominciato le sue discussioni, EPUB2 si stava imponendo come lo standard di fatto del workflow delle case editrici, diventando il formato più utilizzato e transato sulle piattaforme di retail. È un fatto che gli editori coinvolti in editoria digitale non producano solo ebook, ma producano EPUB. L’esistenza di uno standard aperto e incentrato sugli standard già esistenti nel web ha reso possibile la diffusione del digitale nel business editoriale esistente.
È pur vero, come scrive Venerandi, che
Gli editori tradizionali stanno continuando a fare libri di carta, anche per il digitale
ma non per questo va dimenticato che, persino in Italia, la quasi totalità delle case editrici rilascia sul mercato le proprie novità in formato cartaceo e digitale. Qualche credito a EPUB sarebbe ingiusto non riconoscerlo.
È un fatto, tuttavia, che EPUB3 praticamente non sia supportato da nessuno. Le responsabilità del mancato supporto sono da attribuire in massima parte proprio ai produttori di contenuti. Se è vero che gli editori hanno supportato EPUB2 producendo qualcosa che tecnologicamente è un libro di carta in formato elettronico, questo è accaduto, banalmente, perché quello di cui si occupano gli editori sono proprio libri di carta, che costituiscono il 98,2% del proprio mercato. EPUB3 col suo supporto a metadati complessi (che gli editori non sanno gestire, basti vedere com’è complicato cercare un ebook di cui non si ricorda titolo e autore all’interno di qualsiasi ebookstore che non sia Amazon) e interattività (che un autore non sa progettare, e di conseguenza non sa farlo neanche un editore) non offre alcun vantaggio per la tipologia di editore che è adesso presente sul mercato. Laddove esistono eccezioni alla regola e la casa editrice ha strumenti e competenze per progettare contenuti ricchi e interattivi, essi somigliano più a delle App, e correttamente i loro prodotti vengono venduti sugli app-store delle diverse piattaforme.
Insomma, EPUB3 non ha funzionato perché non c’era molto da far funzionare: EPUB2 svolge correttamente il suo compito, ed è lo standard che costituisce la transizione del libro – unità di contenuto singolare e pacchettizzata – verso il futuro di apertura, accessibilità e disponibilità che è già tracciato dall’ecosistema del web. Credo che in futuro sentiremo parlare sempre meno di ebooks e sempre più di contenuti online, di basi dati, di accesso pubblico, di API (io per primo ho cercato di immaginare questo futuro sviluppando il mio prototipo di API py-clave).
Inventare, ora, un altro formato ebook, che semplifichi la vita ai produttori di contenuti - che avrebbero apprezzato una semplificazione forse due anni fa, non ora che hanno rodato i propri sistemi di produzione - significa rafforzare il concetto di editoria elettronica come trasferimento di dati chiusi e opachi, inflessibili, scoraggiando il necessario cambiamento verso il quale dovremmo cominciare a lavorare.
NB: Mi perdonino i lettori, ma non ho saputo resistere alla tentazione di inserire “cinquanta sfumature” nel titolo del post. Non l’ho fatto per SEO (che per me è una scienza quanto lo è la psicologia, cioè niente affatto), ma solo perché l’idea mi faceva molto ridere. Ho uno humour discutibile, siate pazienti.