Alcune cose che abbiamo imparato nel 2012 a proposito di editoria (digitale), e altre che ancora dobbiamo imparare
Gli ebook non erano una bolla. Praticamente tutte le case editrici offrono ebook delle proprie novità, la maggior parte di esse ha speso l’ultimo anno ripescando dalla propria backlist o proponendo delle collane digital-only, composte a volte da “frammenti” di raccolte disponibili anche integralmente, a volte da peculiarità che sarebbe antieconomico riproporre a stampa, a volte da titoli digital-first dei quali si vuole valutare l’impatto. Noi siamo stati i primi a offrire una collana pensata, composta di titoli coerenti. Ma l’idea era troppo buona per non imitarla.
Le maggiori case editrici hanno lavorato in controtendenza rispetto alle proprie convenzioni cartacee: tutte le case editrici di un certo livello hanno formato il proprio personale o acquisito organico per trattare le faccende digitali. Forse è ancora troppo poco, ma considerando gli anni passati a esternalizzare e il generale clima ostile agli investimenti (ricordatevelo, quando andrete a votare), lo considero comunque un segnale positivo.
La crescita degli ebook negli Stati Uniti sta avvicinandosi rapidamente a un plateau. In Europa non si verificherà prima della fine del 2013.
I lettori hanno familiarità coi dispositivi. Pro o contro che siano, tutti i lettori “forti” o poco meno che forti sono coscienti che esiste qualcosa come un libro elettronico e sanno dove trovarli.
I lettori, anche i meno informati, sanno che esiste qualcosa chiamato DRM e sanno che non gli piace. L’acquirente ordina un ebook e vuole trovarsi nell’email un link dove scaricare un ebook da leggere subito; se gli arriva un criptico .acsm, rimarranno con l’impressione che l’ebook sia una cosa da smanettoni e non compreranno più neanche i libri in daily deal.
Il ventre caldo dell’agency agreement ha i giorni contati anche in Europa, e molto presto quel poco che abbiamo imparato smetterà di essere valido; cominceremo quindi a fare i conti con i modelli economici di un bene volatile e indefinitamente disponibile.
Chi ricopre il ruolo commerciale in una casa editrice farebbe bene a rimettersi a studiare; le strategie di marketing a base di fascette e premi letterari presto non funzioneranno più.
Già che ordinate qualche libro su Amazon, mettete nel carrello anche un manuale di statistica. Non è roba da scienziati, se i gestionali la danno al primo anno, potete farcela anche voi laureati in lettere.
Se proprio non avete tempo, passate un paio di weekend consecutivi studiando Google Analytics. Non avrete i dati di Amazon, ma il vostro sito è comunque una miniera di informazioni mai abbastanza sfruttate.
Probabilmente prendere uno stagista da una facoltà di economia non risolverà i vostri problemi.
Già che studiate statistica, imparate come ordinare i vostri data. Non saranno i big data di cui si ciancia tanto, ma se i vostri dati di vendita sono sparsi nel file system in venti fogli Excel, non serviranno a niente.
La parola d’ordine del 2012 in editoria digitale è stata workflow. Dall’economia di formato si passa all’economia di produzione e manutenzione, chi ha più di duecento titoli in catalogo se ne sta accorgendo.
La parola d’ordine del 2013 sarà API: chi pensava che il commercio elettronico si potesse risolvere con dei file su un hosting ha già avuto una brutta sorpresa quest’anno; nel 2013 si farà sul serio, e la selezione naturale sarà durissima tra i professionisti che non conoscono a menadito il paradigma REST o che non sappiano effettuare delle RPC.
I lettori non sono diversi da altri utenti di servizi internet: pagando si aspettano l’ingresso in un ecosistema di servizi che dia meno problemi possibili.
Molto spesso non siamo all’altezza del nostro compito, e qualcuno si lamenta: facciamo che nel 2013 smettiamo di nascondere la testa sotto la sabbia e cominciamo a risolvere i problemi degli utenti. La regola: un ebook fatto male va sistemato; se non lo sapete fare, lasciate stare gli ebook.
Curate la vostra dieta informativa. Utilizzate Google Reader e imparate a distinguere i guru dai ciarlatani. Non c’è una regola generale, ma - a spanne - i guru sono tutti anglofoni. Seguite quelli che fanno cose, soprattutto quelli che fanno le vostre stesse cose ma le fanno meglio, e defollowate i chiacchieroni.
Instapaper è vostro amico. Leggete le cose, non limitatevi a retweetarle. La giornata si compone di 24 ore, dico sul serio.
Il 30% dei giovani fino a 24 anni è disoccupato. Se avete un lavoro, sarà bene svolgerlo nel miglior modo possibile e cercare di rimanere rilevanti. Per noi “editoriali” si può cominciare dalle piccole cose: meno aperitivi e più libri buoni.