Su Turow e sui “poveri scrittori distrutti dall’ebook”

L’edizione di oggi della Repubblica propone in primissima pagina, spalla destra, una traduzione di un articolo di Scott Turow, scrittore di best seller e presidente della Authors Guild of America, apparso sul New York Times la settimana scorsa con il titolo di The Slow Death of the American Author. L’articolo viene tradotto con il titolo ben più accattivante di Poveri scrittori distrutti dall’ebook.

L’op-ed di Turow solleva diversi punti ed evidenzia le principali criticità che, nell’opinione sua e immagino dell’associazione che presiede, gli autori stanno difficoltosamente affrontando nello svolgersi di quella che sembra a tutti gli effetti una rivoluzione ampiamente articolata e scatenata dall’editoria elettronica.

Tra i punti sollevati da Turow vale la pena soffermarsi sui seguenti:

  • Il mercato elettronico globale sta rapidamente prosciugando il flusso di reddito degli autori;
  • Il valore del copyright sta subendo un rapido deprezzamento, e i più colpiti sono gli autori esordienti o di metà classifica, non tanto gli autori di best seller;
  • Gli ebook hanno comportato una riduzione netta (fino alla metà) delle royalties percepite dall’autore sull’edizione;
  • La pirateria è una minaccia concreta e pervasiva, che viene consapevolmente cavalcata dalle big corporation come Google e Yahoo, che indicizzano siti di materiale pirata senza che sia possibile opporgli contestazioni di sorta.

Tra gli altri punti all’ordine del giorno in questo variegato cahier de doléances non mancano critiche a Google e alla sua idea di digitalizzare il catalogo delle biblioteche, al digital lending operato comunemente dalle biblioteche statunitensi, fino al brevetto depositato da Amazon concernente una piattaforma di compravendita di licenze di contenuti elettronici (incorretamente definita “rivendita di ebook usati”).

Vale la pena precisare da subito che le doglianze di Turow corrispondono, tutte, a verità. È vero, infatti, che il concetto stesso di copyright è messo a dura prova dall’immediatezza, pervasività e diffusione dei contenuti digitali e della condivisione che si essi si fa, in particolar modo in questa fase storica di ridefinizione delle identità digitali, dove a tutti gli effetti diventiamo quello che condividiamo. Chiunque potrà notare come la pubblica evidenza della propria produzione, e questo vale per gli autori – che hanno, quasi tutti, un blog – come per gli sviluppatori – che sempre più spesso si premurano di mettere qualcosa dei propri prodotti su piattaforme di social-coding come Github, a maggior beneficio di prospective employers – stia lentamente ma inesorabilmente erodendo la stessa ragion d’essere del copyright, che fu concepito in un periodo storico in cui la proprietà intellettuale si accompagnava naturalmente alla scarsità di risorse per la diffusione e la sua semantica era legata a doppio filo alla semantica del possesso e della licenza.

Inoltre è vero che gli schemi di royalties stiano attraversando un periodo di forte variazione, con forte polarizzazione tra autori forti e autori deboli. Per un autore di bestseller è facile ottenere royalties assai pronunciate sulle licenze digitali delle proprie opere, mentre gli autori esordienti devono sottostare a termini assai meno vantaggiosi.

Corrisponde a verità, infine, che il flusso di reddito degli autori stia notevolmente assottigliandosi, e non è falso che la pirateria contribuisca in qualche forma e in qualche misura (un serio studio quantitativo sul fenomeno è ancora al di là da venire, e sinceramente non ho ben chiari gli strumenti e le teorie che si dovrebbero impiegare per almeno tentarne uno).

Dal punto di vista di Turow, quindi, le sue lagnanze corrispondono, tutte, a problemi concreti e assai seri, in grado, nell’insieme, di mettere a repentaglio la possibilità per gli autori più prolifici di vivere esclusivamente del mestiere di scrittore, dedicando alla propria arte tutto il proprio tempo e dispiegandovi le maggiori e migliori risorse del proprio intelletto.

Ma qual è il punto di vista di Turow? Siamo di fronte alla prospettiva tradizionale e conservatrice dell’editoria, il paradigma cioè che concepisce come infallibile e sostituibile il mondo presente, un’idea reazionaria di diffusione e profitto sulla diffusione di contenuti intellettuali. Benché legittima, tale prospettiva manca clamorosamente il punto, e assume come variabile un progresso che si è già messo in moto, da almeno un decennio peraltro, e ha già cambiato profondamente le strutture professionali di industrie già ben più profittevoli dell’editoria (cinema, musica, intrattenimento videoludico, sviluppo di software, giornalismo).

Assumere un fatto incontrovertibile come negativo e reagire ad esso negandolo è l’essenza più profonda del conservatorismo, e benché tale posizione sia legittima, non è necessariamente l’atteggiamento migliore o più proficuo. Nello specifico, non lo è per una serie di ragioni fin troppo evidenti a un osservatore esterno: il cambiamento esiste e sta avendo luogo in editoria da almeno cinque anni; gli utenti tradizionali del mercato editoriale si muovono laddove rinvengono maggiore convenienza e facilità di consumo (non importa se a proporlo è una corporation o un piccolo indipendente); l’esistente va sì criticato ma anche compreso, accettandone le sfide e mettendosi alla prova in un campo che, a ben vedere, dispiega la sua potenza dirompente nei confronti degli intermediari tradizionali (editori, distributori, librai) ma lascia intatto il potere dei detentori dei contenuti – gli autori – e dei consumatori – i lettori.

Di fronte all’emergenza di fenomeni di disruption è essenziale che ciascun membro della filiera rivendichi ed evidenzi qual è il proprio apporto di valore nella value chain, dissolvendo i dubbi – sempre più spesso presenti nelle menti del pubblico dei lettori – che a tal proposito si potrebbero nutrire. Questo vale per gli intermediari, naturalmente: abbiamo infatti ben chiare le difficoltà e le proposte di distributori, librai ed editori di fronte alle sfide dell’editoria elettronica. Se è troppo presto per fare un bilancio e giudicare vincitori o vinti, nessuno può ragionevolmente dubitare che questi attori stiano giocando la partita, ognuno con le proprie inclinazioni e secondo le proprie disponibilità.

Se tuttavia esiste un attore della filiera che non ha visto ridiscusso il proprio contributo e che anzi ha tutto da guadagnare di fronte alla caduta dei propri interlocutori tradizionali, questo è proprio l’autore. L’industria editoriale non sopravvive senza editori e distributori, ma un autore che produce e detiene i diritti della propria opera intellettuale non è mai sostituibile. Non parlo necessariamente di autopubblicazione – anche se è una scelta che diversi autori di gran rango hanno adottato, non da ultima la Rowling col suo Pottermore, ma di potere contrattuale che è possibile rivendicare sul tavolo dei propri interlocutori.

Combattere affinché tutto resti com’è, a ben vedere, significa lavorare contro i propri interessi di autore. Lo dico peraltro contro i miei interessi professionali di lavoratore dell’editoria, stipendiato da un editore, uno di quelli che ha scelto di giocare la partita e che rivendica il proprio ruolo e il proprio valore all’interno del mercato del libro.

Per un autore è sempre più difficile vincere la competizione per accedere al bene la cui scarsità è in costante aumento, cioè l’attenzione del lettore. La monetizzabilità dei diversi approcci in atto (freemium, subscription, paywall…) è ancora tutta da scoprire e discutere, e non è detto che i profitti dell’autore rimangano gli stessi, per quantità e struttura; quel che è certo è che il cambiamento in atto non è reversibile e che un approccio eccessivamente conservativo fa perdere tempo prezioso, che un autore farebbe meglio ad impiegare nello studio e nella sperimentazione di nuove forme di diffusione della propria opera.

 

Gabriele

 

3 thoughts on “Su Turow e sui “poveri scrittori distrutti dall’ebook”

    1. Precisamente, Alberto. Per quanto la mia opinione sul self-publishing sia volta al disincanto e al cinismo (ma su questo influisce indubbiamente il fatto che lavoro per un editore) non c’è dubbio che tali riscontri vadano soppesati e valutati, specialmente nel 2013, dopo che i casi di successo come quello di Howey non sono più così isolati come lo erano ai tempi del successo di Locke. La questione che varrebbe la pena sollevare è duplice: da un lato c’è da chiedersi quando Turow in particolare e la AGA in generale siano rappresentativi dei professionisti della scrittura, da un altro lato bisognerebbe ampliare il discorso e leggere cosa hanno da dire in proposito quegli autori che hanno diversificato i fronti del proprio lavoro e che si dividono tra la long-form fiction, il long-form journalism (con tutti i caveat e i distinguo del caso) e altre forme di reddito da scrittura. Ritengo che lo scenario sia assai più articolato di come lo dipinge Turow, e che di conseguenza il copyright non sia destinato all’estinzione ma ad una ormai necessariamente drastica evoluzione.

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