Perché gli ebook non salveranno l’editoria

La modalità dialettica che pervade le conversazioni inerenti l’editoria digitale non è mai andata oltre la fase dell’estrema polarizzazione. Ma non è un problema dell’editoria digitale in particolare: qualsiasi cambiamento che tocca da vicino una materia che ci sia nello stesso tempo familiare ed estranea è destinato a fossilizzarsi nell’ideologia di contrapposizione tra progresso e conservazione. Gli strumenti di comunicazione postmoderni come i social network, che apparentemente assecondano l’innata sentenziosità degli esseri umani e scoraggiano l’esternazione di dubbi, insicurezze, timori, ipotesi, non aiutano peraltro l’approfondimento, lo studio e la comprensione di fenomeni troppo complessi per essere liquidati con una rapida occhiata a dati parziali e fuori dal contesto.

Il ruolo del libro

Il consumo di contenuti editoriali rappresentati in forma digitale e trasmessi attraverso reti di calcolatori è un perfetto esempio di familiar stranger: l’atto di leggere e acquistare prodotti editoriali è familiare a chiunque, così come è diventato apparentemente familiare l’atto di trasmettere e ricevere informazioni attraverso Internet. L’editoria ha accettato a malincuore l’idea di veder mutare radicalmente le forme di consumo del prodotto culturale per eccellenza, il libro, e l’ha fatto perché trascinata in campo dalla forza disrupting di una multinazionale come Amazon, e dal consenso che essa ha saputo costruire presso i consumatori (sebbene pagando il prezzo altissimo della rinuncia a qualsiasi profitto nell’immediato: ci si può domandare se e quanto questa strategia sia sostenibile nel lungo termine, ma è un problema che – secondo il modello neocapitalista – riguarda gli azionisti dell’azienda).

Scrivevo, rispondendo a un commento a questo post, che:

Il concetto di fondo è che il mercato digitale offre potenzialità molto ampie facendo leva sulla reperibilità, sulla disponibilità, sull’immediatezza; voler accedere a questo tipo di mercato con l’approccio editoriale tradizionale, dove il valore degli elementi in gioco fa leva sul concetto opposto di scarsità del prodotto, significa cercare di ubriacare la moglie mantenendo la botte ben piena. Non è certo l’editoria la prima industria che tenta di risolvere questo paradosso, e io gli auguro sinceramente la miglior fortuna. Ma, ecco, sarei molto sorpreso se il tentativo riuscisse.

L’editoria ha resistito a venti anni di progressivo cambiamento delle abitudini dei consumatori di contenuti editoriali, ignorando il progressivo indebolimento dell’auraticità dell’oggetto libro, non più considerato l’unico possibile vettore di cultura, bensì semplicemente una delle fonti possibili attraverso cui nutrire il proprio bisogno di informazioni, intrattenimento, crescita intellettuale. L’adozione della Rete nei processi sociali mainstream ha significato l’abbattimento di barriere anzitutto geografiche, ma anche sociali e politiche, che ostacolavano la circolazione di opinioni e fonti critiche. Precisamente il genere di ostacoli che era compito esclusivo dell’editore colmare: pensiamo ad esempio al ruolo fondamentale dell’editore Feltrinelli nella diffusione in Europa del capolavoro Il dottor Zivago di Pasternak (la storia avventurosa dello sbarco in occidente del romanzo merita di essere letta). Che spazio c’è oggi per una storia editoriale di questo genere? L’editoria rimane il luogo deputato alla produzione di contenuti di grande qualità, e in genere gli editori lo rivendicano come dovere culturale e come missione politica; e questo è tanto più vero quanto l’abbattimento di ogni cancello ha prodotto come conseguenza l’immissione di una spropositata quantità di spazzatura in forma di blog, di post, di ebook autopubblicati.

Qual è il punto degli ebook in editoria?

Se accettate la mia idea di progressiva erosione del ruolo dell’oggetto libro, la domanda successiva è: perché l’editoria ha aspettato il successo del Kindle prima di cominciare a porsi il problema del suo ruolo in un mondo radicalmente nuovo?

Una possibile risposta sta proprio nell’auraticità del libro come oggetto: nel mondo analogico, il contenuto è essenzialmente la sua rappresentazione, ha una vita intimamente connessa con la durata e la disponibilità del suo vettore. Il successo di un autore era connesso con le vendite del suo ultimo saggio in libreria, poiché l’unico veicolo affinché le sue parole potessero raggiungere il pubblico era il libro stesso. Oggi non è più così, e molti dei più influenti opinion leader costruiscono il proprio seguito e le condizioni del proprio successo editoriale in ambienti digitali, immateriali.

Non so se questo sia un bene o un male, anzi trovo che l’esercizio di confrontare la realtà con il mondo che vorremmo sia un passatempo piuttosto sterile. Se a farlo sono delle aziende che perseguono in ultima istanza un profitto economico, poi, diventa ancora più inutile; sarebbe bene, invece, spendere del tempo a pensare dove si possa investire per salvaguardare il prioprio ruolo nel mercato.

La chiave della sopravvivenza delle case editrici sta nella loro capacità di agire nel dibattito culturale da protagonisti, catalizzando competenze e capacità editoriali, creative e tecniche, assemblando una squadra che sia in grado di seguire l’obiettivo culturale, sociale e politico dell’editore.

Vendere in ebook l’equivalente delle copie cartacee non è la chiave per la salvezza di un’azienda editoriale. La chiave è conquistare il mercato disponibile, convincendo i consumatori alla ricerca di contenuti culturali che il proprio prodotto è superiore a quello che è possibile trovare gratuitamente da qualche altra parte, e rendere facile, immediato, soddisfacente il processo di acquisto. La competizione non è tra libro e libro della concorrenza: la competizione contemporanea è tra libro e altre forme di intrattenimento più facilmente accessibili, intellettualmente parlando.

L’editore vincerà quando riuscirà a convincere non solo me ma il proprio pubblico di riferimento che il piacere che ricaverà dalla lettura dell’ultimo libro in uscita, scritto da un autore contemporaneo sconosciuto, sarà tale da ripagare l’acquisto. L’editore deve convincere il consumatore a leggere la propria produzione invece di farsi due risate gratis sfogliando gli archivi dei fumetti di Cyanide & Happiness.

Gli ebook salveranno l’editoria?

La mia risposta è no, perché l’editoria non è più riducibile al semplice successo di un prodotto confezionato, nemmeno se il nuovo prodotto è confezionato digitalmente e senza cellulosa, colle o inchiostro. Gli ebook acquisiranno una rilevanza sempre maggiore nelle abitudini dei lettori, che li adotteranno per le loro qualità di flessibilità, immediatezza e disponibilità. Ma il libro di carta sopravviverà e godrà sempre di buona salute, perché – l’ho detto e ripetuto, molto spesso – è una tecnologia matura e molto efficiente, superiore al digitale per persistenza, resistenza, consumabilità. Sopravviverà meglio del vinile, perchè la user experience del libro di carta è superiore in un certo numero di use case. Non mi riferisco alle ciarle di profumo della carta, mi riferisco al poter gettare in valigia un libro di carta e portarselo in spiaggia senza temere che venga rubato, che funzioni male, e che un problema tecnico durante una vacanza nel Caucaso renda impossibile leggere (true story: avendo trascorso le mie ferie in luoghi dove non potevo contare sulla disponibilità perenne di elettricità e connettività, ho portato con me dei libri di carta rinunciando agli ebook).

Ma la domanda dovrebbe essere ancora diversa: i libri di carta salveranno l’editoria? Anche a questa domanda risponderei di no, perché la funzione editoriale – di nuovo – ha solo marginalmente a che fare con un prodotto tangibile.

Perché dovremmo augurarci la sopravvivenza dell’editoria

Il valore di una casa editrice non si misura dal fatto che produce libri di carta, ma dalla qualità del contenuto che viene veicolato dal libro. Il lavoro dell’editore non è stampare libri di carta, ma costruire storie, impiegare uomini e donne che sappiano tirar fuori il meglio dal talento di un autore e aiutare il pubblico a capirlo, diffondere la sua idea e le sue narrazioni. Il valore di una casa editrice diventa tanto più importante quanto più diventa facile attingere a contenuti veicolati attraverso Internet.

Per me, che ancora prima di lavorare proprio per una casa editrice mi occupavo di tecnologia, leggere un libro non è mai stato il momento in cui aggiornarmi o intrattenermi, bensì leggere un libro vero, uscito in una collana specifica di un editore che ho seguito e apprezzato, e questo ha sempre comportato selezionare la mia attenzione su contenuti che ritenevo meritevoli di uno sforzo di concentrazione e comprensione. Non ho mai acquistato un ebook autopubblicato seguendo un’ispirazione, ma solo per consigli di amici o perché l’autore era egli stesso mio amico. Compro invece molto spesso libri di cui ignoro la storia e il genere perché mi vengono proposti da editori che conosco e di cui ho apprezzato altre scelte (Ad esempio Adelphi, di cui ho apprezzato ogni romanzo e che continua a propormi scelte soddisfacenti attraverso i social network, o qualsiasi cosa esca dalla penna di Giuseppe Genna, il cui ultimo Fine impero è uscito per minimum fax).

In un mondo rapido, interconnesso, sempre attivo come quello in cui, a volte nostro malgrado, ci troviamo a vivere, la nostra attenzione è il bene più prezioso. La selezione, la cura del testo, l’attenzione al processo creativo dell’autore, si riflettono sempre in una maggiore qualità del materiale di partenza che l’autore avrebbe potuto pubblicare e stampare da sé. È il motivo per cui tutti i contenuti di qualità su cui inciampiamo su Internet hanno alle spalle una struttura che, nelle funzioni effettive, ricalca fedelmente quelle di una casa editrice, dopotutto.

L’editoria si salverà se saprà render preferibile il proprio lavoro di cura e selezione al rumore indistinto della Rete, se saprà valorizzare i romanzi e le narrazioni strutturate rendendole più appassionanti dell’ultima bufala su acqua diamante e scie chimiche. Mi auguro che il futuro ci conservi il ruolo dell’editore e delle case editrici, e non me lo auguro tanto perché ho a cuore la sopravvivenza di qualche marchio specifico, ma perché ho a cuore il mio tempo e la possibilità di poter liberare la mia attenzione su contenuti migliori della media disponibile su reddit o buzzfeed.

 

Ancora su bundling cartaceo ed ebook: quale futuro?

Un articolo di Publishing Perspectives torna sulla questione, per me molto interessante, del bundling tra libro cartaceo ed elettronico. Tra i punti salienti da segnalare, seleziono un paio di osservazioni.

Il valore del libro elettronico

What’s holding things up? Publishers are most hesitant about pairing print and digital formats because they are afraid of losing sales, equating bundling with giving away the ebook for free or at a significantly reduced price.

Riconosco la fondatezza di quest’obiezione. D’altronde, come io stesso ricordavo, molti degli sforzi dei produttori di contenuti digitali hanno lavorato verso la valorizzazione dei prodotti, il loro perfezionamento e la loro valutazione di prodotti editoriali “a pieno titolo”. Mi pare indiscutibile che, almeno per prodotti che sono l’esatta trasposizione delle loro controparti cartacee, l’edizione elettronica di un romanzo si posiziona, nella scala di valore percepito, assai più in basso dell’edizione tascabile del medesimo romanzo. Tuttavia tale valore non è nullo, perché ciò che viene perso in consistenza fisica viene guadagnato in convenienza d’acquisto, immediatezza e illimitata reperibilità. Acquistare l’edizione elettronica mi permette di acquistare un libro a tarda notte, magari dopo aver concluso la lettura del primo titolo di una trilogia particolarmente intrigante, seguendo la trance narrativa e permettendomi di accedere ai contenuti che desidero nell’arco di un clic sul mio account Paypal e farmi consegnare in un intervallo di secondi il libro che desidero sul mio dispositivo.

Sono convinto che affermare il valore del libro elettronico sulla base del valore del prodotto cartaceo sia fuorviante e alla lunga controproducente: quello che l’editore fa, e che noi addetti ai lavori (cough) continuiamo a fare, è difendere il libro elettronico in quanto in tutto e per tutto simile a un libro di carta. Questo equivoco si è tradotto in una sostanziale immobilità nei processi e nei prodotti, impedendoci anche solo di pensare a un libro elettronico “diverso” e ha fossilizzato il marketing e la distribuzione su un modello obsoleto e transitorio, che dopo tre anni di maturazione sarebbe tempo di superare.

Cercare di vendere un ebook facendolo apparire simile a un libro di carta è come proporre del pesce in una trattoria raccontando agli avventori che “è una specie di carne”. Non lo è, e non vedo perché dovrebbe esserlo: è stato più volte detto che la “tecnologia” del libro non ha niente di obsoleto e porta benissimo i suoi anni. I libri elettronici hanno altri vantaggi. Dal punto di vista di un editore, il libro elettronico è infinitamente disponibile e “scopribile” con facilità, raggiungendo una parte di consumatori che non è sempre possibile o conveniente raggiungere attraverso le librerie. Ma se il nostro obiettivo di editori è già stato raggiunto, ovvero se il nostro consumatore ha portato in cassa un romanzo delle nostre edizioni, perché non offrire più valore al suo acquisto aggiungendo un costo industriale nullo sulla singola copia per noi? È comunque assai improbabile che l’acquirente del cartaceo compri la copia digitale, quindi non ritengo particolarmente rischioso offrirla gratuitamente a chi acquista un prodotto cartaceo, che offre migliori margini di guadagno.

Il vero problema, come ho già detto, è far sì che l’esperienza di acquisto sia il più conveniente possibile per l’acquirente. Ovvero trovare un sistema per far sì che il lettore possa ottenere la sua copia digitale nel minor numero di passi, mantenendo nel contempo un soddisfacente controllo di “autenticità”, per evitare di aprire un rubinetto che si traduca in copie omaggio indiscriminate per tutti. Ad oggi, nonostante interessanti esperimenti, un sistema ideale non esiste. Lavorare su un sistema del genere è uno spunto che non trascurerei, ed è una linea di business piuttosto attraente e che inspiegabilmente viene lasciata languire tra le maglie dell’ipotetico (in compagnia di tanti altri aspetti connessi al digitale e ai contenuti veicolati attraverso la Rete, peraltro).

 

pyepub

pyepub is an enhanced python library for dealing with EPUB2 files. Based on latest py-clave development release.

Installation

Grab the latest stable release. Unpack the tarball and execute:

$ cd pyepub
$ python setup.py install

This will install the EPUB library in your current python environment as pyepub.

Basic usage

The code is as documented as I could. First import the EPUB class to use:

from pyepub import EPUB

And you’re pretty much done. Since pyepub.EPUB inherits largely from zipfile.Zipfile, the inferface is quite familiar.

For example, you can create a new EPUB to write into using the “w” flag:

from pyepub import EPUB
epub = EPUB("newfile.epub", "w")

By default the epub is open-ed in read-only mode and exposes json-able dictionary of OPF properties.

>>> from pyepub import EPUB
>>> epub = EPUB("file.epub")
>>> epub.info
{"metadata":[...], "manifest": [...], "spine": [...], "guide": [...]}

The EPUB can be opened in append (“a”) mode, thus enabling adding content. Due to the internal nature of zipfile stdlib module, a zipfile can’t overwrite its contents. Thusly, a EPUB opened for append is never overwritten. The EPUB.__init__ constructor closes the local file and swaps the filename reference with a StringIO file-like object. To write the final file to disk, you can call the EPUB.writetodisk()

method:

>>> from pyepub import EPUB
>>> epub = EPUB("file.epub","a")
>>> epub.close() # not necessary, since .writetodisk() will close the file for you.
>>> epub.writetodisk("newfile.epub")
>>> epub.filename # the "file" remains available at .filename property, and can be .read() as usual.
<StringIO.StringIO instance at 0x1004a8c20>

License

pyepub is distributed according to the MIT license. I don’t like GPL-esque licenses, and I reinvented the wheel (since there already is a EPUB library in pypi) to avoid involving GPL in my projects.

 

Cinquanta (o quasi) sfumature di EPUB

Tra i paralleli storici che si possono fare partendo dalla situazione attuale dell’editoria digitale, uno dei più intriganti rimane, a mio modesto parere, quello delle browser war dei primi anni Duemila. Ricordate com’era sviluppare un sito web nei tempi immediatamente successivi alla formalizzazione di HTML4? Ricordate quegli innumerevoli siti web che “Ottimizzato per Internet Explorer 5 a una risoluzione di 1024x768px”?

Credo di non essere l’unico a ricordare l’impagabile esperienza di navigare con un browser particolarmente pignolo qual era Opera col suo rendering engine Presto, quando quasi nessun webmaster (all’epoca si chiamavano ancora così) aveva tra i suoi feed A List Apart. Una sensazione molto simile è il pane quotidiano di chi si occupa di contenuti editoriali digitali e di come renderli fruibili nel miglior modo possibile dai diversi device oggi sul mercato (o dalla maggior parte di essi).

Una cosa che ai tempi non si faceva e che oggi fortunatamente si fa è discutere anche accanitamente sui fondamentali. Mi riferisco al post di Richard Pipe di Infogrid Pacific, dove si critica l’approccio di IDPF allo standard EPUB3 e dove si propone l’utilizzo di un nuovo standard, massimamente semplificato, che renda la vita il più semplice possibile a chi i contenuti digitali deve produrli: EPUB0 (epub-zero, esatto: la “specifica” risale a questo post di Dave Cramer). Ho alcune perplessità sul contenuto del post di Pipe. Potrei farne un elenco, ma tutte derivano da una matrice comune.

Viene sostanzialmente detto che EPUB3 è uno standard mal concepito e incompleto, oltre che un fallimento sul mercato, e che IDPF è un organismo mosso più da interessi corporativi che dalla volontà di produrre reale innovazione. In particolare, viene sottolineato che

«Like XHTML 2.0, ePub3 has some good ideas, totally drowned by proprietary, limiting and publisher business threatening silliness. Hence the inevitable need for a reality check, a new format and a reboot of the current thinking».

La specifica di EPUB3 è a mio modo di vedere il frutto maturo del compromesso tra innovazione e conservazione, prova ne sia la ricchezza di parti che illustrano i meccanismi di fallback nel caso in cui un Reading System non supporti o supporti in maniera incompleta le nuove feature. È vero, naturalmente, che IDPF ha consapevolmente “pescato” dal set di feature CSS e HTML5 selezionando solo alcune delle caratteristiche e riversandole in EPUB3. Il problema di questa prospettiva è che manca completamente l’obiettivo, dimenticando il contesto in cui IDPF è nata e si è trovata ad agire, e probabilmente non è scevra da una certa dose di polemica personale tra Pipe e McCoy, che a quanto pare ha bisticciato con Pipe annunciandogli che la suite AZARDI non sarebbe stata mai più nominata in nessun talk di IDPF.

Il lavoro fatto con EPUB3 è stato grosso. Molto grosso. Solo la parte riguardante i metadati – che sono stati, manco a dirlo, la buzzword del 2011/2012 ma che nessun publisher ha cominciato a curare come si deve – meriterebbe un plauso perenne, riuscendo a conciliare completezza e semplicità di gestione da parte di un software di lettura. Quando il working group ha cominciato le sue discussioni, EPUB2 si stava imponendo come lo standard di fatto del workflow delle case editrici, diventando il formato più utilizzato e transato sulle piattaforme di retail. È un fatto che gli editori coinvolti in editoria digitale non producano solo ebook, ma producano EPUB. L’esistenza di uno standard aperto e incentrato sugli standard già esistenti nel web ha reso possibile la diffusione del digitale nel business editoriale esistente.

È pur vero, come scrive Venerandi, che

Gli editori tradizionali stanno continuando a fare libri di carta, anche per il digitale

ma non per questo va dimenticato che, persino in Italia, la quasi totalità delle case editrici rilascia sul mercato le proprie novità in formato cartaceo e digitale. Qualche credito a EPUB sarebbe ingiusto non riconoscerlo.

È un fatto, tuttavia, che EPUB3 praticamente non sia supportato da nessuno. Le responsabilità del mancato supporto sono da attribuire in massima parte proprio ai produttori di contenuti. Se è vero che gli editori hanno supportato EPUB2 producendo qualcosa che tecnologicamente è un libro di carta in formato elettronico, questo è accaduto, banalmente, perché quello di cui si occupano gli editori sono proprio libri di carta, che costituiscono il 98,2% del proprio mercato. EPUB3 col suo supporto a metadati complessi (che gli editori non sanno gestire, basti vedere com’è complicato cercare un ebook di cui non si ricorda titolo e autore all’interno di qualsiasi ebookstore che non sia Amazon) e interattività (che un autore non sa progettare, e di conseguenza non sa farlo neanche un editore) non offre alcun vantaggio per la tipologia di editore che è adesso presente sul mercato. Laddove esistono eccezioni alla regola e la casa editrice ha strumenti e competenze per progettare contenuti ricchi e interattivi, essi somigliano più a delle App, e correttamente i loro prodotti vengono venduti sugli app-store delle diverse piattaforme.

Insomma, EPUB3 non ha funzionato perché non c’era molto da far funzionare: EPUB2 svolge correttamente il suo compito, ed è lo standard che costituisce la transizione del libro – unità di contenuto singolare e pacchettizzata – verso il futuro di apertura, accessibilità e disponibilità che è già tracciato dall’ecosistema del web. Credo che in futuro sentiremo parlare sempre meno di ebooks e sempre più di contenuti online, di basi dati, di accesso pubblico, di API (io per primo ho cercato di immaginare questo futuro sviluppando il mio prototipo di API py-clave).

Inventare, ora, un altro formato ebook, che semplifichi la vita ai produttori di contenuti – che avrebbero apprezzato una semplificazione forse due anni fa, non ora che hanno rodato i propri sistemi di produzione – significa rafforzare il concetto di editoria elettronica come trasferimento di dati chiusi e opachi, inflessibili, scoraggiando il necessario cambiamento verso il quale dovremmo cominciare a lavorare.


NB: Mi perdonino i lettori, ma non ho saputo resistere alla tentazione di inserire “cinquanta sfumature” nel titolo del post. Non l’ho fatto per SEO (che per me è una scienza quanto lo è la psicologia, cioè niente affatto), ma solo perché l’idea mi faceva molto ridere. Ho uno humour discutibile, siate pazienti.

 

API for (epub) ebooks. Un prototipo

TL;DR: Ho sviluppato e messo opensource un prototipo di implementazione di API RESTful dedicate a EPUB(2). Il progetto si chiama py-clave, e permette di restituire comodamente in JSON informazioni bibliografiche, indice dei contenuti, capitoli e frammenti specifici tratti da un set di file EPUB. Il progetto è su github, la documentazione delle chiamate – spero esaustiva – è su Apiary, la home page del progetto è temporaneamente ospitata su dev.alese.it.

No, really: TL!? Vuoi qualcosa da cliccare? Questo è il catalogo delle pubblicazioni presenti sul server, queste sono le informazioni bibliografiche di una pubblicazione, questa la TOC della pubblicazione di prima, questo è un capitolo specifico della pubblicazione, questo è un “frammento” – un paragrafo – del capitolo di prima. Oppure, puoi semplicemente scaricare tutto l’EPUB.

What’s in an API?

Qualche tempo fa si è fatto un gran parlare attorno alla trasformazione della funzione editoriale, inquadrandola nell’occhio del ciclone del processo di disruption in cui è stata coinvolta dall’irruzione dei paradigmi (tecnologie, servizi, interfacce) del digitale. Molto correttamente, Baldur Bjarnason ha criticato il paradigma stagnante dell’editoria elettronica rimarcando come il potenziale innovativo del libro elettronico sia stato «dirottato» in modo da mantenere «l’ordine costituito» delle cose, cioè – aggiungo io – la stessa value chain dell’editoria “concreta” e lo stesso modello di product delivery, in evidente contraddizione con il paradigma imposto dal web, che è un protocollo che costituisce un ecosistema dove i contenuti vengono prodotti, scambiati, consumati da umani e da macchine.

Anch’io ho parlato di qualcosa del genere nel mio tradizionale post di fine anno, Alcune cose che abbiamo imparato nel 2012 a proposito di editoria (digitale), e altre che ancora dobbiamo imparare, tirando un po’ le fila dello stantìo bla-bla-bla italiano sulle cose che si potrebbero fare in editoria digitale e chiedendomi, come ha fatto anche Rachieli nel succitato post su Apogeonline, perché non abbiamo neanche cominciato a sfruttare una piccola parte di quello che lo stato dell’arte della tecnologia ci offre.

Dicevo, infatti:

La parola d’ordine del 2013 sarà API: chi pensava che il commercio elettronico si potesse risolvere con dei file su un hosting ha già avuto una brutta sorpresa quest’anno; nel 2013 si farà sul serio, e la selezione naturale sarà durissima tra i professionisti che non conoscono a menadito il paradigma REST o che non sappiano effettuare delle RPC.

Cosa è stato fatto?

Di API si è parlato in lungo e in largo, talmente tanto che non è pensabile reperire un numero di link sufficiente a offrire una panoramica dello stato del dibattito; molto spesso se ne è parlato senza una completa cognizione di causa, confondendo API e webapp, quando non addirittura confondendo API e social network (chiediamoci di nuovo perché l’evoluzione dell’editoria digitale è al palo).

Altrove si sono prodotti invece degli esperimenti interessanti. Hugh McGuire, la mente dietro Pressbooks, ha presentato la sua idea di “Books as API” al DigitalBook 2013 tenutosi durante la BookExpo of America. Se non avete provato PressBooks, vi consiglio di farlo: è l’incarnazione del proposito di portare uno step oltre il livello di consumabilità delle pubblicazioni elettroniche sul web.

Un colosso editoriale come HarperCollins ha sviluppato in collaborazione con Mashery le sue OpenBook API, pensate per offrire in lettura le informazioni editoriali del proprio catalogo e dei contenuti scelti dalle proprie pubblicazioni. Un’iniziativa che ha riscosso un buon successo, almeno a giudicare dal gran parlare che si è fatto del loro contest per sviluppatori, BookSmash Challenge.

Mi chiedo perché una multinazionale potente come HC abbia sentito il bisogno di rivolgersi in questo modo alla comunità di sviluppatori. Se da una parte è comprensibile che una casa editrice non sia sufficientemente addentra alle dinamiche di comunità dello sviluppo di software, è anche possibile che il pur modesto investimento compiuto per sviluppare questa API si sia successivamente scontrata con il proverbiale e adesso?

Quello che ho cercato di capire, da operatore del settore (coff), è stato:

  • A quale bisogno risponde un’API?
  • A che pubblico si rivolge?
  • In che modo il suo sviluppo è funzionale in ottica B2B?
  • … e in che modo i consumatori possono beneficiarne?
  • Peraltro: un editore cosa ci guadagna?

Domande piuttosto urgenti, tanto più che abbiamo abbondantemente superato il giro di boa di metà 2013, senza che nemmeno una delle problematiche emerse nel 2012 si sia chiaramente avviata verso una soluzione.

Ma ancora più urgente diventa tracciare una linea tra il parlare che si fa a proposito di idee e progetti tratteggiati nell’aria e provare a mettere, metaforicamente, nero su bianco delle idee diffuse. Mi sono guardato attorno, ho seguito un po’ di persone che si occupano quotidianamente di queste faccende, e mi sono convinto a fare un passo avanti e provare a proporre qualcosa che fosse utile come base di discussione e che, marginalmente, potesse anche funzionare come demo di un’idea e un approccio di funzionalità. Nel solco dell’illustre tradizione, allora, quando non trovi in giro quello che ti serve, fattelo da solo.

La mia idea

Questo è il razionale dietro py-clave, l’implementazione che ho sviluppato di una API per ebook, scritta in Python e basata sul framework Tornado (quello di FriendFeed, per intenderci) per gestire un server HTTP asincrono, non-blocking, velocemente deployabile e altamente scalabile che restituisce informazioni inerenti a un insieme di pubblicazioni EPUB.

La API di py-clave presenta un’interfaccia, tecnicamente intesa, pensata per offrire a un client (accessibile programmaticamente in curl o tramite chiamate AJAX) l’accesso a metadati, indice dei contenuti, capitoli o frammenti di pubblicazioni, secondo la logica RESTful. Per i dettagli vi rimando alla documentazione, che è più completa, esaustiva e soprattutto viene aggiornata.

Tutto il codice è open source, accompagnato dalla licenza MIT, iperliberale: permette a chiunque di fare qualsiasi cosa del codice, estenderlo, modificarlo, usarlo e rivenderlo (lol, buona fortuna). Sarei molto contento di ricevere, qui o su github, richieste di fork, commenti, segnalazioni di bug e in generale consigli e indicazioni. Mi piacerebbe che py-clave costituisse il wireframe di un progetto più ampio e funzionale, che aiutasse gli sviluppatori a dispiegare le proprie capacità e fantasie, aiutando la comunità degli e-producer a non fossilizzarsi a ritenere l’ebook un prodotto fatto e finito, concepito per funzionare in un sistema chiuso e riportasse l’attenzione di tutti sul luogo migliore per coltivare l’intelletto e i suoi prodotti: l’open web, quella infrastruttura costituita di protocolli concordati, standard e interoperabili. Quella cosa che lo strapotere di poche multinazionali sta facendo dimenticare, dondolando di fronte al naso di sviluppatori e consumatori il comfort e la sicurezza di un walled garden.

Contribuire

Ogni contributo, e intendo dire qualsiasi contributo è caldamente benvenuto. Siate anche impietosi col mio codice (quando vorrò impietosirvi verrò a ricordarvi in cosa sono laureato, sono certo che sarete assai più indulgenti) e severi nel sottolineare cosa non funziona, cosa non fa ma dovrebbe fare e cosa fa ma non dovrebbe fare. Potrei essere capace di implementarlo da me, oppure – nel caso probabile in cui non ne fossi in grado – potresti farlo tu. Oppure, puoi semplicemente scaricare la prima release alpha da github e provare. Poi dimmi come ti trovi, qui nei commenti, per mail, o su Twitter.

 

Esperimenti di bundling tra ebook e pbook

Se dovessi scegliere una e una sola tra le linee di business più interessanti e meno sfruttate nel campo dell’editoria digitale, la mia scelta cadrebbe senza esitazione nel bundling di ebook e cartacei. Di questa modalità si è parlato moltissimo tra gli addetti ai lavori, ma è rimasta confinata tra gli scenari possibili nel discorso di editori e distributori; confinata a mio dire ingiustamente, perché è una possibilità interessante per una serie di motivi. Ma confinata anche comprensibilmente, perché la realizzazione del modello pone dei problemi non banali e che coinvolgono una serie di competenze e capacità che non sono tradizionalmente bagaglio dell’editore e del distributore, in particolar modo italiano.

Senza sviscerare le diverse motivazioni e i diversi modelli che si possono ipotizzare e implementare nell’idea, poiché vorrei limitare lo scopo di questo articolo all’analisi tecnica delle implementazioni possibili di questo modello, mi limiterò a rimarcare solo i principali tra i fattori che giocano a favore della diffusione del modello in base al quale il soggetto editore offre su canali diversi edizioni cartacee ed edizioni digitali, ma permette all’acquirente dell’edizione cartacea di ottenere senza costo aggiuntivo l’edizione digitale del titolo scelto, perché è doveroso un po’ di contesto:

  • Viene incontro alla percezione di valore del consumatore. Nonostante gli sforzi scomposti di noi addetti ai lavori per dimostrare il contrario, si deve tuttavia prendere atto di una realtà ineludibile: il lettore riconosce un certo valore all’edizione cartacea di un titolo, mentre non è disposto a riconoscerlo all’edizione digitale dello stesso titolo. L’atteggiamento prevalente che si ha nei confronti della carta in un ecosistema dove si presume che una novità editoriale sia contemporaneamente disponibile anche in digitale è quello che si hai nei confronti di un prodotto premium che offre le stesse funzionalità e la stessa interfaccia della controparte minore, e qualcosa in più. Non è raro sentire, tra i lettori forti, che i libri a cui “si tiene di più” vengano per questo acquistati di carta. In un qualsiasi altro mercato, l’acquirente “premium” ottiene qualcosa in più oltre al prodotto più cheap. Nel mercato musicale, il consumatore si aspetta di poter convertire in file compressi il compact disc appena acquistato e poterlo portare con sé insieme a molti altri nel proprio iPod. Perché questo non può accadere per i libri?
  • Viene incontro alle esigenze dei librai. Il libraio è la figura più minacciata dal paradigma disintermediato dell’editoria digitale, ed è al contempo la figura meno problematizzata e meno sostituibile. Mettiamo da parte ogni considerazione riguardo al ruolo culturale del libraio e della sua mediazione all’acquisto (è un problema enorme, di cui non si discute mai nel merito, e di una complessità spaventosa: non voglio neanche provarmici), consideriamo semplicemente che il libraio è tradizionalmente la figura a cui l’editore vende il proprio prodotto, e la figura a cui l’editore affida il delicatissimo ruolo di vendere il proprio prodotto al consumatore finale. Per ovvie ragioni il libraio guarda con sospetto il modello digitale, la gran parte della convenienza del quale si costruisce sulla base della dipartita del mediatore libraio; offrire, incluso nel prezzo, il prodotto digitale con l’acquisto del prodotto cartaceo rende più conveniente acquistare in libreria il prodotto editoriale, laddove questa scelta sia possibile.
  • Viene incontro all’idea dell’editore di convergenza tra supporti. L’editore, che oggi implementa strategie di marketing diverse tra cartaceo e digitale, avrebbe maggior agio nel vendere il proprio contenuto a prescindere dalla manifestazione della sua rappresentazione. Offrire l’edizione digitale agli acquirenti del cartaceo permetterebbe di muoversi in direzione dell’astrazione, riportare in libreria gli appassionati della convenienza dell’e-reading e proporre agli appassionati della carta la convenienza del digitale.

Bundling: come? Due esperimenti

Se ne parla molto, dicevo, ma gli esperimenti in proposito sul mercato italiano latitano; solo un paio di editori italiani hanno prodotto delle implementazioni convincenti del bundling: mi riferisco a Utet e Edizioni E/O. [Disclaimer: lavoro per Edizioni E/O, e parlando del loro esperimento parlo del mio lavoro e della mia idea; mi perdonerete l’eventuale bias con cui affronterò la questione].

Nel caso di Utet, l’iniziativa ha coinvolto tutti i titoli di una specifica collana, quella dei Classici, e le Novità Utet. La possibilità viene pubblicizzata per mezzo di un bollino apposto sull’edizione cartacea. L’acquirente di un titolo abilitato può collegarsi al sito www.utetelibri.it e, accedendo all’area riservata previa registrazione gratuita, scaricare una copia dell’ebook, senza DRM, previo inserimento di alcune parole localizzate attraverso coordinate sul testo cartaceo (ad esempio, “La prima, l’ultima e la terz’ultima parola a pagina 173”.)

Nel caso di Edizioni E/O, l’iniziativa, molto più “sperimentale” e circoscritta, ha riguardato uno specifico titolo di una specifica collana (Per stavolta don Antonio della collana Le inchieste del commissario Sanantonio) ed è stata per ora circoscritta all’occasione del Salone del Libro di Torino 2013. A chi acquistava una copia del titolo coinvolto dall’iniziativa direttamente allo stand della casa editrice veniva consegnato un coupon con un codice, da inserire nella pagina dedicata al romanzo sul sito della casa editrice insieme a un indirizzo email valido, che permette il download dell’ebook, protetto da watermark.

Entrambe le case editrici hanno mostrato spirito d’iniziativa e hanno messo in campo un repertorio di capacità molto specifiche e che credo interessanti in un’ottica a lungo termine. Va doverosamente premesso che una delle due implementazioni è funzionalmente superiore all’altra: Utet ha scelto un metodo più elegante, più efficace e più semplice rispetto ad Edizioni E/O, che gli permette di non limitare il numero di “coupon” disponibili, di non limitare l’iniziativa a un solo titolo o a un set di titoli prestabiliti, di non costringersi a consegnare fisicamente un codice all’acquirente. La soluzione di Utet, contrariamente alla soluzione di Edizioni E/O, permette di essere operativi ovunque e da subito, nonché di estendere la possibilità anche a titoli pregressi. Mi sono complimentato pubblicamente con la casa editrice per l’ottima idea, e privatamente con il team di persone che l’ha realizzata: dispiace, anzi, che alla cosa non si sia dato il risalto che merita.

Il funzionamento del “metodo Utet” è implementabile, in astratto, mettendo in relazione un ISBN a una matrice di parole (ad esempio: 978880000000-1 => [“terra”,”acqua”,”fuoco”] – semplifichiamo e non consideriamo che il “test di possesso” possa riguardare anche pagine diverse del cartaceo, in quel caso avremo un array di array etc.) e autorizza il download del file solo nel caso in cui la matrice immessa dal cliente corrisponda a quella prevista dalla base dati. Semplice ed elegante, lo ripeto. Volendo trovare alcune debolezze nella modalità, si potrebbe osservare che nulla impedisce a un cliente di recarsi in libreria-biblioteca con il proprio smartphone, collegarsi all’area riservata Utet e inserire le parole chiave sfogliando il titolo, senza acquistarlo); la comodità del procedimento rende però accettabile questo rischio, e sono certo che l’ufficio digitale di Utet abbia valutato e deciso a ragion veduta.

Il funzionamento del “metodo E/O” è diverso: ogni ISBN si relaziona a un insieme di codici univoci. Se il codice inserito dall’utente corrisponde a uno dei codici abilitati, il download può aver luogo e il codice viene “disabilitato” o più brutalmente rimosso. Il sistema è più robusto, perché lega il codice alla transazione (ma scomodo perché il codice dev’essere consegnato al cliente dal transattore stesso) ed è possibile limitare il numero dei coupon circolanti; inoltre non richiede registrazione. La possibile debolezza del sistema si riscontra nell’effettiva possibilità che un utente “indovini” il codice, e l’unica misura di sicurezza è nell’oscurità del procedimento seguito per generare i codici univoci: la security through obscurity non è mai una buona idea. Inoltre ogni titolo dev’essere abilitato all’iniziativa e il codice consegnato al cliente.

Ho già detto quale dei due sistemi preferisco (ripeto: Utet) e perché (si deve alla mia integrità professionale il non averglielo copiato di sana pianta e il non avere intenzione di farlo). È possibile fare di meglio? Entrambi i sistemi hanno le proprie debolezze e i propri limiti (in generale vige il principio “più un sistema è robusto, più è limitato”). Entrambi, marginalmente, pongono il problema della rendicontazione all’autore: come viene considerata la copia ceduta in omaggio contestuale? Una vendita, sulla quale corrispondere delle royalties secondo contratto ma per la quale l’editore non ha prodotto un ricavo? Oppure una copia omaggio, da limitare quindi secondo contratto o da fare oggetto di una clausola specifica con l’avente diritto?

Fondamentalmente, il limite di questi sistemi è il loro fare astrazione dall’effettiva transazione avvenuta in libreria: il riscatto dell’edizione digitale, sia per Utet che per E/O, diventa una questione tra acquirente ed editore, la libreria non è mai coinvolta nel procedimento. Ma la libreria è il soggetto che materialmente ha svolto la transazione, il tramite tra editore e lettore: perché non dovrebbe essere il “soggetto emettitore di bundle”, per così dire?

Libreria e bundler: un’ipotesi

L’ideale si otterrebbe dall’integrazione di libreria fisica e distributore digitale. Ogni piattaforma di distribuzione ha già delle interfacce (API) attraverso cui generare una “copia omaggio” per un soggetto terzo. Ogni libreria, dal suo lato, ha una base dati che registra i titoli acquistati, l’acquirente – se titolare di carte fedeltà, e il numero della transazione specifica. La libreria potrebbe chiedere all’utente una registrazione, anche semplicemente un indirizzo email, in modo che il proprio sistema, alla registrazione dell’acquisto di uno o più ISBN, richieda alla piattaforma di fornire un ebook omaggio (con un codice, o con un link timedegradable) al proprio cliente. La piattaforma potrebbe rendere “pubblica” la propria piattaforma di riscatto (una API REST, ad esempio; ma non necessariamente), aprendosi a qualunque libreria voglia aderire, registrandola come “utente” e richiedendo un’autenticazione.

La strada da seguire è quella dell’integrazione tra i segmenti della filiera editoriale, vantaggiosa per tutti gli attori coinvolti nonché per il consumatore; un’implementazione che “salti” uno dei passaggi rimarrà inevitabilmente poco robusta o poco flessibile. Che altre possibilità esistono?.

Esperimenti come quello di Utet ed E/O dimostrano che, da parte degli editori, la volontà e la capacità di sperimentare è ben presente: i lettori, le librerie, i distributori, cosa dicono?

 

Su Turow e sui “poveri scrittori distrutti dall’ebook”

L’edizione di oggi della Repubblica propone in primissima pagina, spalla destra, una traduzione di un articolo di Scott Turow, scrittore di best seller e presidente della Authors Guild of America, apparso sul New York Times la settimana scorsa con il titolo di The Slow Death of the American Author. L’articolo viene tradotto con il titolo ben più accattivante di Poveri scrittori distrutti dall’ebook.

L’op-ed di Turow solleva diversi punti ed evidenzia le principali criticità che, nell’opinione sua e immagino dell’associazione che presiede, gli autori stanno difficoltosamente affrontando nello svolgersi di quella che sembra a tutti gli effetti una rivoluzione ampiamente articolata e scatenata dall’editoria elettronica.

Tra i punti sollevati da Turow vale la pena soffermarsi sui seguenti:

  • Il mercato elettronico globale sta rapidamente prosciugando il flusso di reddito degli autori;
  • Il valore del copyright sta subendo un rapido deprezzamento, e i più colpiti sono gli autori esordienti o di metà classifica, non tanto gli autori di best seller;
  • Gli ebook hanno comportato una riduzione netta (fino alla metà) delle royalties percepite dall’autore sull’edizione;
  • La pirateria è una minaccia concreta e pervasiva, che viene consapevolmente cavalcata dalle big corporation come Google e Yahoo, che indicizzano siti di materiale pirata senza che sia possibile opporgli contestazioni di sorta.

Tra gli altri punti all’ordine del giorno in questo variegato cahier de doléances non mancano critiche a Google e alla sua idea di digitalizzare il catalogo delle biblioteche, al digital lending operato comunemente dalle biblioteche statunitensi, fino al brevetto depositato da Amazon concernente una piattaforma di compravendita di licenze di contenuti elettronici (incorretamente definita “rivendita di ebook usati”).

Vale la pena precisare da subito che le doglianze di Turow corrispondono, tutte, a verità. È vero, infatti, che il concetto stesso di copyright è messo a dura prova dall’immediatezza, pervasività e diffusione dei contenuti digitali e della condivisione che si essi si fa, in particolar modo in questa fase storica di ridefinizione delle identità digitali, dove a tutti gli effetti diventiamo quello che condividiamo. Chiunque potrà notare come la pubblica evidenza della propria produzione, e questo vale per gli autori – che hanno, quasi tutti, un blog – come per gli sviluppatori – che sempre più spesso si premurano di mettere qualcosa dei propri prodotti su piattaforme di social-coding come Github, a maggior beneficio di prospective employers – stia lentamente ma inesorabilmente erodendo la stessa ragion d’essere del copyright, che fu concepito in un periodo storico in cui la proprietà intellettuale si accompagnava naturalmente alla scarsità di risorse per la diffusione e la sua semantica era legata a doppio filo alla semantica del possesso e della licenza.

Inoltre è vero che gli schemi di royalties stiano attraversando un periodo di forte variazione, con forte polarizzazione tra autori forti e autori deboli. Per un autore di bestseller è facile ottenere royalties assai pronunciate sulle licenze digitali delle proprie opere, mentre gli autori esordienti devono sottostare a termini assai meno vantaggiosi.

Corrisponde a verità, infine, che il flusso di reddito degli autori stia notevolmente assottigliandosi, e non è falso che la pirateria contribuisca in qualche forma e in qualche misura (un serio studio quantitativo sul fenomeno è ancora al di là da venire, e sinceramente non ho ben chiari gli strumenti e le teorie che si dovrebbero impiegare per almeno tentarne uno).

Dal punto di vista di Turow, quindi, le sue lagnanze corrispondono, tutte, a problemi concreti e assai seri, in grado, nell’insieme, di mettere a repentaglio la possibilità per gli autori più prolifici di vivere esclusivamente del mestiere di scrittore, dedicando alla propria arte tutto il proprio tempo e dispiegandovi le maggiori e migliori risorse del proprio intelletto.

Ma qual è il punto di vista di Turow? Siamo di fronte alla prospettiva tradizionale e conservatrice dell’editoria, il paradigma cioè che concepisce come infallibile e sostituibile il mondo presente, un’idea reazionaria di diffusione e profitto sulla diffusione di contenuti intellettuali. Benché legittima, tale prospettiva manca clamorosamente il punto, e assume come variabile un progresso che si è già messo in moto, da almeno un decennio peraltro, e ha già cambiato profondamente le strutture professionali di industrie già ben più profittevoli dell’editoria (cinema, musica, intrattenimento videoludico, sviluppo di software, giornalismo).

Assumere un fatto incontrovertibile come negativo e reagire ad esso negandolo è l’essenza più profonda del conservatorismo, e benché tale posizione sia legittima, non è necessariamente l’atteggiamento migliore o più proficuo. Nello specifico, non lo è per una serie di ragioni fin troppo evidenti a un osservatore esterno: il cambiamento esiste e sta avendo luogo in editoria da almeno cinque anni; gli utenti tradizionali del mercato editoriale si muovono laddove rinvengono maggiore convenienza e facilità di consumo (non importa se a proporlo è una corporation o un piccolo indipendente); l’esistente va sì criticato ma anche compreso, accettandone le sfide e mettendosi alla prova in un campo che, a ben vedere, dispiega la sua potenza dirompente nei confronti degli intermediari tradizionali (editori, distributori, librai) ma lascia intatto il potere dei detentori dei contenuti – gli autori – e dei consumatori – i lettori.

Di fronte all’emergenza di fenomeni di disruption è essenziale che ciascun membro della filiera rivendichi ed evidenzi qual è il proprio apporto di valore nella value chain, dissolvendo i dubbi – sempre più spesso presenti nelle menti del pubblico dei lettori – che a tal proposito si potrebbero nutrire. Questo vale per gli intermediari, naturalmente: abbiamo infatti ben chiare le difficoltà e le proposte di distributori, librai ed editori di fronte alle sfide dell’editoria elettronica. Se è troppo presto per fare un bilancio e giudicare vincitori o vinti, nessuno può ragionevolmente dubitare che questi attori stiano giocando la partita, ognuno con le proprie inclinazioni e secondo le proprie disponibilità.

Se tuttavia esiste un attore della filiera che non ha visto ridiscusso il proprio contributo e che anzi ha tutto da guadagnare di fronte alla caduta dei propri interlocutori tradizionali, questo è proprio l’autore. L’industria editoriale non sopravvive senza editori e distributori, ma un autore che produce e detiene i diritti della propria opera intellettuale non è mai sostituibile. Non parlo necessariamente di autopubblicazione – anche se è una scelta che diversi autori di gran rango hanno adottato, non da ultima la Rowling col suo Pottermore, ma di potere contrattuale che è possibile rivendicare sul tavolo dei propri interlocutori.

Combattere affinché tutto resti com’è, a ben vedere, significa lavorare contro i propri interessi di autore. Lo dico peraltro contro i miei interessi professionali di lavoratore dell’editoria, stipendiato da un editore, uno di quelli che ha scelto di giocare la partita e che rivendica il proprio ruolo e il proprio valore all’interno del mercato del libro.

Per un autore è sempre più difficile vincere la competizione per accedere al bene la cui scarsità è in costante aumento, cioè l’attenzione del lettore. La monetizzabilità dei diversi approcci in atto (freemium, subscription, paywall…) è ancora tutta da scoprire e discutere, e non è detto che i profitti dell’autore rimangano gli stessi, per quantità e struttura; quel che è certo è che il cambiamento in atto non è reversibile e che un approccio eccessivamente conservativo fa perdere tempo prezioso, che un autore farebbe meglio ad impiegare nello studio e nella sperimentazione di nuove forme di diffusione della propria opera.