L’autorete della net society (una bozza)

Insieme all’amico e collega Osvaldo presenterò una relazione in occasione del prossimo convegno Noetica versus informatica. Naturalmente l’occasione di una conferenza di argomento filosofico è una scusa per provare a lavorare insieme su un argomento a entrambi caro, quello delle reti sociali e del destino della cultura e del dissenso all’interno delle grammatiche del consenso tipiche dei social network. Il lavoro è appena agli inizi, e sarà divertente vedere che deriva prenderà; nel frattempo, questo è l’abstract che abbiamo preparato. Sono naturalmente molto graditi commenti od opinioni.

ARPANET e il primo Internet erano reti neutrali e aspecifiche, decentralizzate e inclusive, con caratteristiche definite dalle esigenze e dalle aspettative della comunità scientifica che le aveva create. Il successivo ingresso in campo di attori economici forti ha moltiplicato gli interessi in gioco, rendendo Internet un medium di massa del tutto assimilabile agli strumenti predigitali impiegati dall’industria della cultura popolare del Novecento, come la radio, il cinema e la televisione. Gli utenti dei social networks somigliano ai telespettatori e ai consumatori in maniera grottesca; benché credano di produrre contenuti e di fruirne, gli utenti sono invece la nuova merce – aggregabile, analizzabile e rivendibile – in quanto consumatori di messaggi pubblicitari o fonte primaria per gli indirizzi del marketing. Il profitto dell’era 2.0 non dipende dal consenso dell’individuo che si vuole persuadere, bensì dalla costruzione di un’identità di massa che rende del tutto ininfluente la propaganda, come anche la critica. Le masse della net society fanno parte di una Rete che, per la sua architettura stessa, elimina la possibilità logica della non-conformità, sostituendo il dissenso e la difformità con la ripetizione stereotipa del sempre uguale, che costruisce l’interazione prediletta delle piattaforme di social networking.

Ci sembra che, sulla scia della critica di Morozov alle “delusioni digitali”, La Rete odierna, invece di produrre nuovi saperi e nuovi pensieri, si stia piegando alle istanze di un’industria culturale che punisce la diversità e la critica e che sfrutta il cyberspazio per conseguire il mero profitto economico, oltre che per esercitare il più sofisticato controllo sociale, nelle forme prefigurate da Debord e Foucault. Sorprende allora verificare che sistemi originariamente aperti e liberi (open e free), come la Rete, considerati quali strumenti di contestazione accessibili a chiunque, permettano invece modalità d’interazione basate solo sull’approvazione e sull’asimmetria. Gli utenti del web 2.0 si sentono in grado di criticare il potere (come fanno alcuni gruppi di Facebook che demonizzano la corruzione politica) e di gridare la propria rabbia o preoccupazione (come fanno gli utenti di LiberoQuotidiano che esprimono le emozioni legate a una notizia giornalistica) o di argomentare la propria visione del mondo (come fa chi cinguetta stilettate lapidarie in Twitter). Questi comportamenti informatici – questi clic – dimostrano però un’approvazione fondamentale, nonostante possano manifestarsi come testi ribelli.

Accodarsi alla timeline di Twitter o al commentario di Leggo equivale ad acconsentire all’industria – e quindi al potere – che ha creato la piattaforma social o che ne ha agevolato l’emersione e la diffusione; equivale ad accettare le logiche e gli strumenti di chi controlla il web 2.0. Facebook permette di esprimere il “Mi piace”, ma impedisce di esprimere il “Non mi piace”, escludendo a priori la dialettica negativa che per Adorno è sorgente del pensiero critico. Interagiamo insomma nella net society solo tramite espressioni e formule che del consenso hanno, se non necessariamente il contenuto, almeno la forma. Pinterest, Google+ e Twitter permettono di “ripinnare”, condividere e “ritwittare” i post, oppure di archiviarli nella categoria dei “preferiti”, ma non permettono di rifiutare i contenuti, che piovono incessantemente nello stream di un profilo. Gli utenti del web 2.0 possono solo votare, ma non possono annullare la scheda; possono al limite rifiutare di recarsi alle urne, evitando di registrare un profilo sui social networks. YouTube, Agoravox e altre piattaforme permettono agli utenti di esprimere un parere negativo sui contenuti, ma questa possibilità illude il pubblico, che aderisce al sistema anche qualora ne contestasse i contenuti. È indifferente che votiamo pro o contro qualcosa nei social networks perché il contenuto della net society è la mappa delle relazioni spaziali, temporali e qualitative tra gli utenti. I testi non hanno alcun significato per le macchine, ma i clic possono essere misurati e i dati profilati possono essere confrontati, rendendo esplicita la connotazione di im-pianto che Heidegger rilevava nella Questione della tecnica come essenziale caratteristica del pro-vocare opposto al pro-durre.

La metafora dell’editoria permette di cogliere l’ambiguità epistemica dei vari social networks. L’editore è un collettore centralizzato di sapere; è un’industria che raccoglie ed elabora unilateralmente le informazioni per poi ridistribuirle alla massa tramite una rete decentralizzata. L’editore è portatore degli interessi della società perché, studiando e scrivendo, permette di creare e divulgare il sapere. Il social network è invece un collettore decentralizzato di informazioni, che provengono accidentalmente dagli utenti, sparsi per il globo; è un’industria che raccoglie dati, a volte privi di significato, per elaborarli e interpolarli, attribuendogli così un senso, in funzione del quale ridistribuire le informazioni, secondo logiche interne che sfuggono agli utenti. Il social network è portatore di un interesse che non coincide col contenuto delle informazioni. L’editore porta ai lettori il sapere, che è il contenuto della produzione editoriale; gli interessi dei due soggetti perciò coincidono. Il social network porta invece agli utenti informazioni già esistenti, redatte dagli utenti stessi, informazioni che gli utenti già conoscono; gli interessi dei due soggetti non possono coincidere perché le informazioni scambiate attraverso il social network diventano un nuovo sapere solo per il social network, dopo che i software le hanno interpolate.

I più recenti algoritmi di distribuzione delle informazioni applicati da Facebook tradiscono il reale interesse delle piattaforme 2.0: pubblicare in cima al diario dell’utente i contenuti più apprezzati dal pubblico, piuttosto che i più recenti, conferisce maggiore visibilità ai contenuti più condivisi, quindi più monotoni. Si premiano insomma i post che raccolgono e che possono raccogliere consensi immediati, poiché massificati, emarginando invece le novità, che potrebbero risultare più stimolanti, ma solo per chi volesse faticare a ricercarle con attenzione. Le più recenti e più popolari espressioni della Rete premiano insomma l’indolenza e l’omologazione, a scapito dell’originalità e della creatività; l’ipostasi a scapito dell’evoluzione; il tormentone a scapito del sapere.

Il web 2.0, basato sulla condivisione delle preferenze e sulla raccolta degli indici di condivisione, perfeziona così l’istituzione della confessione, estendendola all’informatica e generando i big data. La confessione cattolica è stata la prima industria di data mining. I poteri secolarizzati ne colsero presto le potenzialità, sbrigandosi a istituzionalizzare una serie di infrastrutture dedite a raccogliere, ad archiviare, a studiare e a sfruttare le informazioni: il tribunale, l’ospedale, la scuola, il carcere, ecc., i luoghi in cui confessiamo o dobbiamo confessare i nostri pensieri e, a volte, il nostro corpo, sono stati gradualmente accettati dalle persone quali agenzie di socializzazione irrinunciabili; la loro prima istanza non è però curare, punire, educare o altro; servono invece a mappare la società (cfr. Foucault). Possiamo riscontrare poche differenze tra LinkedIn, un’agenzia di intelligence, il Fascicolo Sanitario Elettronico (D.L. 69/2013, art. 15) e il Durkheim Project.

 

Gabriele

 

2 thoughts on “L’autorete della net society (una bozza)

  1. Qualche commento a caldo ma prima alcune premesse:
    – mi rendo conto che è un abstract, quindi probabilmente alcune delle mie osservazioni trovano risposta nel prosieguo del paper;
    – sarebbe bello conoscere la base di dati su cui si basano certe affermazioni (studi quantitativi e qualitativi)
    – forse tornerebbe utile un set di definizioni operative: net society, massa, e soprattutto potere.

    Mi pare che il paper ponga dei problemi fondamentali di filosofia politica. Ma detto questo –

    1) non c’è traccia delle forme di resistenza interstiziali che alcuni attori pongono in essere sulla rete, a partire dai fenomeni più visibili (Anonymous) a quelli minori (reti locali); forse meriterebbero una menzione?
    2) la sensazione di “pessimismo” à la Morozov è forte. Ma una buona analisi serve a prendere le misure dei fenomeni, non a prendere posizione
    3) il modello debordiano di società dello spettacolo, per quanto ne so io, appare superato. Più utile la microfisica del potere, soprattutto se intersecata all’antropologia dei sistemi giuridici (non dimentichiamo che ogni interazione, a maggior ragione quelle dei social network, avviene dentro un sistema di regole). In breve: Foucault + gente come Carbonnier o Rouland

    Per fare un passo avanti: con Flavio Pintarelli (che pubblicherà presto un ebook al riguardo) si ragionava sulle possibili implicazioni dell’implementazione di un sistema di espressione del dissenso (in pratica del bottone “dislike”) ed entrambi abbiamo sospettato che una cosa del genere darebbe adito davvero a una modalità totalitaria dell’espressione personale, e quindi dell’espressione anche politica. Una caccia alle streghe, un sistema di delazione istituzionalizzato e persistente. L’orrore.

    Scusa la brevità e grazie per l’occasione. In bocca al lupo per il convegno (ma dove e quando è?)

    eFFe

  2. Grazie per i commenti e le pertinenti osservazioni, eFFe. Il lavoro è in corso di sviluppo ed è collettivo, per cui forse è presto per dare risposte definite. Il testo che ne verrà fuori verrà distribuito come ebook gratuito, spero che vorremo riparlarne in quell’occasione (il convegno è previsto per il 20 e il 21 novembre a Roma, appena avrò il programma definitivo ne darò notizia).

    Nel frattempo:

    1) Le pratiche antagoniste radicali sono cruciali in quanto pratiche di sabotaggio. Credo che più che ad Anonymous (che è un fatto “recente” e che ha solo marginalmente a che fare con l’aspetto sociale della rete) sia interessante dedicare una certa attenzione al progetto Luther Blissett e alle sue derivazioni, che hanno messo genialmente in luce le criticità della comunicazione in un’epoca in cui Internet non era un fenomeno di massa.

    2) Le posizioni di Morozov sono interessanti per alcuni aspetti, ma mostrano dei seri limiti scientifici proprio nella misura in cui all’autore sta più a cuore demolire le credenze degli entusiasti che mostrare le derive del sistema.

    3) Quello che ci sta a cuore è mostrare come la storia della Rete, che si è sviluppata in un periodo di tempo molto breve, mostri delle continuità con la storia dell’industria culturale, e che accanto a queste continuità si siano prodotte delle aporie che i modelli di Debord, Foucault o dei francofortesi sono insufficienti a spiegare. Quindi è senz’altro vero che la società dello spettacolo è un modello superato, almeno quanto lo è la teoria critica di Adorno, ma è altrettanto interessante mostrare dove e perché le continuità si interrompono.

    L’idea tua e di Pintarelli è molto interessante, e credo di comprendere il tuo timore di un’espressione totalitaria del sé. Tra quanto sarà disponibile il suo lavoro?

    A presto!

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