Di autenticità e libri elettronici

Non più di una settimana fa mi sono alquanto sorpreso di quanto superficialmente l’informazione di massa tratti il complesso rapporto che intercorre tra i medium di trasmissione dell’informazione e la conoscenza che tale informazione modella sulla materia della nostra world map mentale.

Mi vado convincendo che siffatta superficialità estrinsechi le proprie ramificazioni in più di un ambito dell’agire umano, e più generalmente abbia a che fare con il concetto contemporaneo di autenticità. Se dopo Benjamin è diventato un esercizio pedante (più che pedante, pedantesco) distinguere la realtà tra manifestazioni autentiche e manifestazioni inautentiche (senza nemmeno voler citare marginalmente la magistrale analisi che dell’inautentico ha svolto Martin Heidegger nel suo Essere e tempo), mi sembra non altrettanto futile mettere in connessione il concetto di autenticità con quello, parimenti difficile a definirsi, di verità.

La filosofia del linguaggio del secondo Novecento ha avuto un rapporto piuttosto burrascoso con la verità, e valga come prova la ricerca del termine truth nell’indice di Google Scholar; semplificando lo spirito dell’atteggiamento analitico nei confronti del linguaggio, gli studiosi di filosofia si sono convinti che una comprensione adeguata del concetto di verità passi necessariamente attraverso la comprensione del ruolo che tale concetto gioca all’interno delle nostre pratiche linguistiche (al riguardo, non posso che consigliare il testo capitale dell’inferenzialismo Making it explicit, la cui riduzione Articulating reasons è stata tradotta in italiano dall’editore Il Saggiatore con il titolo di Articolare le ragioni).

Ritengo che tale atteggiamento possa essere di qualche beneficio anche per coloro che si occupano di divulgazione nel campo delle tecnologie dell’informazione. Quello che definisce l’informazione, o un insieme di informazioni comunemente riassunte nel termine contenuto, come autentica non ha alcuna prossimità con la tecnologia che rappresenta e veicola il significato, bensì è strettamente legata al ruolo da essa giocato e all’efficacia che essa può esprimere nella costruzione di concetti. Diremmo che il formato (o la rappresentazione) del senso è conservativo rispetto al suo valore di verità. Autentico e tangibile non hanno, almeno in questo ambito, alcun rapporto privilegiato; è autentico ciò che forma, modifica, termina rapporti economici di significato (dove economico va inteso nel senso letterale: scambio, non necessariamente sotto forma di denaro). Soprattutto: l’autenticità non ha, in sé, alcun valore né la prossimità con essa è di qualche beneficio ai segni e ai significati che gli si accompagnano.

Un libro elettronico e un libro cartaceo, banalmente, hanno nei confronti della verità gli stessi limiti e le stesse potenzialità, autentiche. Confondere logica e tangibilità è altrettanto grave che confondere il dito con la luna; in tale confusione si ravvede la difficoltà, ancora per l’uomo contemporaneo, di ragionare astrattamente senza l’ausilio di immagini mentali riferite a oggetti esperiti con la sensazione. La problematicità di pensare facendo a meno della corporeità, diremmo.

Ciò sembrerà palese a qualsiasi fruitore di buon senso; mi rincresce che non sia sufficientemente evidente anche ai professionisti dell’informazione.

 

 

Gabriele

 

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