Alcune cose che (non) so sul lavoro e sul mercato

Leggo numerosi post, anche di persone che conosco e che stimo, permeati da una medesima, inaudita capacità di mentire a se stessi. Post che raccontano quant’è bello il proprio lavoro, quanto #loveMyJob, quanto non lo scambierei per niente al mondo con un grigio ufficio pubblico, quanto è bello essere padroni della propria vita. Dopo il centesimo post sempre uguale, dopo che l’ambiguità delle figure professionali ivi descritte cominciava a declinare irrimediabilmente verso il grottesco (organizzatori di matrimoni ecosostenibili, insegnanti di portamento per donne col tacco, content curator per produttori di acquari), ho cominciato a chiedermi a chi tali post si rivolgessero. Cominciavo a chiedermi chi volessero convincere: gli altri, o se stessi?  Perché mi dispiace che non si veda, che non si voglia vedere, che per vent’anni alla mia – nostra – generazione sono state raccontate una sequenza infinita di stronzate.

Ma lasciamo da parte questi ridicoli miei dubbi e concentriamoci su un punto in particolare: quand’è che lo spirito del neoliberismo si è fatto strada nel nostro organismo fino alla corteccia cerebrale, costringendoci a raccontare barzellette a noi stessi, raccontarci la felicità nonostante ogni dato concreto racconti una trama ben diversa. Quand’è che abbiamo smesso di trovare umiliante indossare la nostra maschera migliore in pubblico e intonare anche noi la hit parade contemporanea, che canta «io tutto bene, io imprenditore di me stesso, io padrone del mio tempo, io professionista, io creativo, io incompreso in un paese che ha bisogno di più mercato»?

Ci è stato insegnato a credere nella crescita infinita, nel potenziale indeterminato che alberga in ciascuno di noi, che con la sola forza della buona volontà e del duro lavoro – naturalmente – avremmo potuto, tutti, persino noi rampolli di una famiglia di sbirri, ambire ai massimi gradi della scala sociale. Il gioco invece era truccato, e per ogni briciola che è toccata a noi (briciole che via via vanno riducendosi di dimensione), a qualcun altro è toccata la fetta intera. Soprattutto: nessuno ci aveva detto che per quanta buona volontà potessimo metterci, sul tavolo c’era solo una torta, e che l’anno successivo non ci avremmo trovato due torte, nemmeno tre; forse, mezza. Ad essere fortunati.

Mentre nascevo, il mio Paese accumulava uno stratosferico debito pubblico. Un debito che, dopo aver nutrito la generazione immediatamente precedente alla mia crescendola in un welfare state oltremodo generoso (mentre l’Europa ci indicava la via dell’austerità e Margaret Thatcher faceva il lavoro sporco del quale il labour di Blair avrebbe raccolto i frutti), un debito – dicevo – che sarebbe sfociato nel conto salatissimo del 1995, quando ci fu detto chiaro e tondo che, a noi, una vecchiaia come quella dei nostri nonni non sarebbe toccata mai. Ma non dovevamo temere! L’economia finanziaria, i prodotti derivati, i Grandi Mercati stavano preparando per noi un radioso avvenire di terziario avanzato. Mai più operai! Mai più grigi travet di una ditta dell’IRI: a noi, figli di quelli che nel sessantotto erano troppo piccoli per accodarsi ai giri giusti iscrivendosi a Lotta Continua, sarebbero stati riservati lavori creativi, piacevoli, neanche avremmo potuto onestamente chiamarli lavori. Meno ore a settimana, tempo libero, benessere. Credete all’economia, ci dicevano, fate sacrifici, lavorate duro, e tutto questo sarà vostro.

Vent’anni dopo il nostro tenore di vita, al netto dello smartphone che abbiamo in tasca, al netto del MacBook con cui ci narcotizziamo di Youtube, al netto dell’iPad con cui promuoviamo noi stessi sui social media, è ridotto all’essenziale; vent’anni dopo la realtà è che le nostre città sono piene di trentenni che fanno flat sharing e stendono la biancheria nella propria camera da letto, che si alzano alle sei e tornano alle nove di sera, nonostante il software e nonostante il trionfo della tecnica che ha già prodotto robot volanti da guerra (come quelli che in questo preciso istante bombardano qualche angolo remoto della Siria). Vent’anni dopo, questo Paese è intrappolato in una stagnazione irredimibile dopo la più grave crisi finanziaria dalla Grande Depressione. E che risposte hanno fornito i predicatori della crescita inarrestabile? Ci hanno indicato la Cina, elogiandola con parole di velluto, e ci hanno redarguito con paterno affetto: perché non possiamo, anche noi, essere un po’ più come loro?

Perché non lo vedete da voi, che la settima potenza industriale del pianeta è stata condotta alla stagnazione dall’articolo diciotto dello statuto dei lavoratori? Come potete essere così miopi da non capire che se l’economia finanziaria ci ha condotto nel pantano allora la giusta medicina per guarirne è continuare esattamente come prima, sperando che ne vengano fuori risultati migliori? Il mercato è il grande incompreso del nostro secolo, ma siamo dispostissimi a dargli un’altra opportunità. Ai lavoratori e ai loro diritti un’altra opportunità invece non la vogliamo concedere.

Qualcuno non ha mantenuto le sue promesse. Io non ho mai avuto intenzione di sbattere i piedi, piangere e gridare finché non mi verrà dato quello che è ormai evidente che non avrò mai. Ma, personalmente, ho almeno la decenza di non prendere su di me ogni colpa dello stato di cose. Di non rimproverarmi perché ho creduto a quello che genitori, insegnanti, professori, giornalisti ed economisti proclamavano all’unisono. Quello in cui credevo è diventato falso. Ho creduto a delle bugie. Non mi sono fermato. Non ho partecipato ai cortei della Camusso, non ho in particolare simpatia Landini. Ma parimenti ritengo che ci sono state fatte delle promesse, e chi ha promesso non ha poi mantenuto. Poco male, è una lezione di vita e io ho lo stomaco robusto.

La sottile ma, credo, significativa differenza tra noi e gli altri, in questo frangente, è che noi stiamo pagando e pagheremo ancora per lungo tempo – qualcuno pagherà per tutta la vita – il prezzo delle nostre illusioni; gli altri, invece, non pagheranno mai il conto delle proprie bugie. E non c’è discorso al mondo che riesca a togliermi dalla testa il pensiero che tutto questo non è giusto. Può essere, e forse è davvero, la natura delle cose. Ma continua a non essere giusto.

Considerare «resilienza» il percorso che passa dal fornire lavoro a poco prezzo al ricevere il giusto prezzo del proprio lavoro è la mise en place più significativa della graduale falsificazione delle proprie coscienze. Nonché il segno dell’innegabile successo di tale esperimento sociale, cominciato col pacchetto Treu e finito con la legge Biagi. Un esperimento che credo sia riassumibile nell’espressione “vediamo quanto riusciamo a prenderli per il culo prima che si facciano venire il dubbio”.

Ma veramente credete agli slogan degli imprenditori di se stessi? Veramente credete che un contratto a progetto o una partita IVA facciano di voi dei liberi professionisti? Quand’è l’ultima volta che avete chiesto un prestito o – Dio non voglia – un mutuo a un istituto di credito? Ve lo ricordate cosa vi hanno detto, quando avete presentato le vostre partite IVA e i vostri contratti di collaborazione? Vi hanno chiesto quanti anni hanno i vostri genitori, ecco cosa vi hanno detto. Una generazione garantita dalle pensioni dei genitori, ecco fino a che punto siamo riusciti a umiliarci. Vi svelo un segreto: siete dei liberi professionisti quando le vostre partite IVA vi mettono in tasca più del netto di un professore del liceo. Al di sotto di quelle cifre (che, vi segnalo per completezza, si aggirano attorno ai mille e cinque, mille e seicento euro, cifre tutt’altro che favolose, appena sufficienti a vivere un’esistenza in cui un intervento dal dentista non vi fa rischiare di perdere un tetto sulla testa) vi state prendendo per il culo da soli.

Tutti abbiamo creduto a chi prometteva che, prima o poi, appena superata questa piccola crisi (ce n’è sempre una, piccola o grande) sarebbe arrivato il nostro turno. Come può raccontarci chi va al supermercato con la speranza che il maggior numero possibile di prodotti nella nostra lista siano nello scaffale delle offerte, come può raccontarci chi a trent’anni e al terzo stage ha ormai rinunciato ad emanciparsi dal contributo mensile dei genitori metalmeccanici, come può raccontarci chi ha semplicemente alzato le spalle e fatto la valigia finendo esule altrove a parlare lingue straniere, quel turno non è mai arrivato. Quello che è arrivato, naturalmente, è il turno di chi ha sempre avuto spalle ben coperte, cognomi ben introdotti in società, di quelli il cui senso morale era abbastanza flessibile. Non il vostro. Non il mio.

La mia idea ha perso, e io ne ho preso atto ancor prima di aver compiuto la maggiore età. La mia idea ha una data di morte precisa, il 2 marzo 2003. La mia speranza che una società migliore fosse possibile, se dei volenterosi l’avessero costruita, è stata sconfitta, democraticamente, dal disinteresse e dalla rassegnazione. Ho dovuto giocare secondo le regole, e secondo queste regole ho giocato tutta la mia vita lavorativa. Diversamente da tanti scrittori di post crucciati, non sento un particolare desiderio di incensare la mia vita per cancellare dalla mia coscienza l’angoscia che non sia poi così soddisfacente. Quel che è sommamente importante l’ho ottenuto, ovvero la libertà di dire che due più due fa quattro. La stessa libertà di dire che qualcuno ha mentito, che qualcuno non pagherà e qualcun altro sta pagando al suo posto.

 

L’autorete della net society (una bozza)

Insieme all’amico e collega Osvaldo presenterò una relazione in occasione del prossimo convegno Noetica versus informatica. Naturalmente l’occasione di una conferenza di argomento filosofico è una scusa per provare a lavorare insieme su un argomento a entrambi caro, quello delle reti sociali e del destino della cultura e del dissenso all’interno delle grammatiche del consenso tipiche dei social network. Il lavoro è appena agli inizi, e sarà divertente vedere che deriva prenderà; nel frattempo, questo è l’abstract che abbiamo preparato. Sono naturalmente molto graditi commenti od opinioni.

ARPANET e il primo Internet erano reti neutrali e aspecifiche, decentralizzate e inclusive, con caratteristiche definite dalle esigenze e dalle aspettative della comunità scientifica che le aveva create. Il successivo ingresso in campo di attori economici forti ha moltiplicato gli interessi in gioco, rendendo Internet un medium di massa del tutto assimilabile agli strumenti predigitali impiegati dall’industria della cultura popolare del Novecento, come la radio, il cinema e la televisione. Gli utenti dei social networks somigliano ai telespettatori e ai consumatori in maniera grottesca; benché credano di produrre contenuti e di fruirne, gli utenti sono invece la nuova merce – aggregabile, analizzabile e rivendibile – in quanto consumatori di messaggi pubblicitari o fonte primaria per gli indirizzi del marketing. Il profitto dell’era 2.0 non dipende dal consenso dell’individuo che si vuole persuadere, bensì dalla costruzione di un’identità di massa che rende del tutto ininfluente la propaganda, come anche la critica. Le masse della net society fanno parte di una Rete che, per la sua architettura stessa, elimina la possibilità logica della non-conformità, sostituendo il dissenso e la difformità con la ripetizione stereotipa del sempre uguale, che costruisce l’interazione prediletta delle piattaforme di social networking.

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Di autenticità e libri elettronici

Non più di una settimana fa mi sono alquanto sorpreso di quanto superficialmente l’informazione di massa tratti il complesso rapporto che intercorre tra i medium di trasmissione dell’informazione e la conoscenza che tale informazione modella sulla materia della nostra world map mentale.

Mi vado convincendo che siffatta superficialità estrinsechi le proprie ramificazioni in più di un ambito dell’agire umano, e più generalmente abbia a che fare con il concetto contemporaneo di autenticità. Se dopo Benjamin è diventato un esercizio pedante (più che pedante, pedantesco) distinguere la realtà tra manifestazioni autentiche e manifestazioni inautentiche (senza nemmeno voler citare marginalmente la magistrale analisi che dell’inautentico ha svolto Martin Heidegger nel suo Essere e tempo), mi sembra non altrettanto futile mettere in connessione il concetto di autenticità con quello, parimenti difficile a definirsi, di verità.

La filosofia del linguaggio del secondo Novecento ha avuto un rapporto piuttosto burrascoso con la verità, e valga come prova la ricerca del termine truth nell’indice di Google Scholar; semplificando lo spirito dell’atteggiamento analitico nei confronti del linguaggio, gli studiosi di filosofia si sono convinti che una comprensione adeguata del concetto di verità passi necessariamente attraverso la comprensione del ruolo che tale concetto gioca all’interno delle nostre pratiche linguistiche (al riguardo, non posso che consigliare il testo capitale dell’inferenzialismo Making it explicit, la cui riduzione Articulating reasons è stata tradotta in italiano dall’editore Il Saggiatore con il titolo di Articolare le ragioni).

Ritengo che tale atteggiamento possa essere di qualche beneficio anche per coloro che si occupano di divulgazione nel campo delle tecnologie dell’informazione. Quello che definisce l’informazione, o un insieme di informazioni comunemente riassunte nel termine contenuto, come autentica non ha alcuna prossimità con la tecnologia che rappresenta e veicola il significato, bensì è strettamente legata al ruolo da essa giocato e all’efficacia che essa può esprimere nella costruzione di concetti. Diremmo che il formato (o la rappresentazione) del senso è conservativo rispetto al suo valore di verità. Autentico e tangibile non hanno, almeno in questo ambito, alcun rapporto privilegiato; è autentico ciò che forma, modifica, termina rapporti economici di significato (dove economico va inteso nel senso letterale: scambio, non necessariamente sotto forma di denaro). Soprattutto: l’autenticità non ha, in sé, alcun valore né la prossimità con essa è di qualche beneficio ai segni e ai significati che gli si accompagnano.

Un libro elettronico e un libro cartaceo, banalmente, hanno nei confronti della verità gli stessi limiti e le stesse potenzialità, autentiche. Confondere logica e tangibilità è altrettanto grave che confondere il dito con la luna; in tale confusione si ravvede la difficoltà, ancora per l’uomo contemporaneo, di ragionare astrattamente senza l’ausilio di immagini mentali riferite a oggetti esperiti con la sensazione. La problematicità di pensare facendo a meno della corporeità, diremmo.

Ciò sembrerà palese a qualsiasi fruitore di buon senso; mi rincresce che non sia sufficientemente evidente anche ai professionisti dell’informazione.