Dopo un anno nel Regno

Ma un giorno devi andare.
Devi sapere bene quando e dove farlo e poi affrontare tutte le peripezie che si frappongono tra te e il tuo cammino. Il cammino di un pellegrino sulla terra, che si è smarrito quando è nato e si deve ritrovare prima di rischiare di diventare un povero, un ammalato, un mostro, seguendo la strada che i genitori hanno segnato perché il tuo percorso sia saldo. Il percorso della vita.
(Aldo Nove, Tutta la luce del mondo).

Mi sono trasferito a Londra il 7 giugno 2014, esattamente un anno fa. Ricordo che la mattina di quel sabato faceva caldissimo. Avevo dormito poco e niente la notte precedente, preso com’ero da una prevedibile eccitazione e dall’ansia di controllare mille volte che non stessi dimenticando nessun documento importante. Da amante dei riti, non ho risparmiato un’ultima colazione nel mio bar abituale. Consumando un caffè espresso e uno scadente cornetto avevo incontrato alcune conoscenze che, come me, amavano attardarsi a quel bancone il sabato mattina. Dove vado? In Inghilterra. A Londra. Per lavoro. No, non torno. Non fa nessun effetto, dirlo. Non sei che uno dei tanti, tantissimi che se ne va. Ognuno per un motivo, la maggior parte per inseguire un sogno di normalità. Ma faceva effetto a me, che tante volte avevo visitato quella città, e che ogni volta avevo fantasticato di venirci davvero a vivere, un giorno o l’altro. Mi faceva effetto avere in mano un solo biglietto, una lista di potenziali landlord, un contratto di lavoro. Tutto stava cambiando, prendendo la direzione che avevo sognato e desiderato. I bagagli erano pochi, avevo con me solo una sola valigia e lo zainetto che uso tuttora ogni giorno per andare a lavoro, e oltre ad avere trascorso un notte insonne ero giunto in aeroporto con un anticipo micidiale. Depositato il bagaglio da spedire in stiva, avevo consumato l’anticipo girando in aeroporto in cerca di qualche distrazione. Per qualcosa come tre ore e mezza di anticipo.

In quelle ore ho ripensato a cosa stavo lasciando. Avevo trascorso quasi cinque anni nella redazione romana delle edizioni e/o, e in cinque anni ci si affeziona al proprio lavoro e alle persone. Erano stati anni intensi, vissuti dapprincipio come i pionieri, lottando per affermare l’editoria digitale come un settore industriale degno di considerazione, cercando di svolgere al meglio il proprio lavoro per conquistare il rispetto dei clienti, con prodotti di fattura ineccepibile, nonché quello dei colleghi. Amavo il mio lavoro, il suo peculiare mix di aspetti culturali, commerciali e tecnici, c’era tutto il potenziale per non annoiarsi mai.

Finché c’è stata innovazione ed evoluzione non ci si è effettivamente annoiati mai. Il 2014 fu un anno decisivo, per certi versi: se ancora oggi sentiamo grossi player italiani affermare, con un sospiro di sollievo, che sostanzialmente la slavina del digitale è passata in maniera tutto sommato indolore, lo scorso anno il tenore della conversazione non era dissimile: perché investire in qualcosa di nuovo, se finora del digitale non sono venute fuori che le briciole del nostro business? D’altro canto il settore tradizionale regge alla crisi, e persino cogliamo segnali incoraggianti dalle librerie indipendenti americane, che paradossalmente hanno raccolto per anni i frutti positivi della disfatta di Borders. Ho parlato altrove degli aspetti problematici del digitale italiano e benché sia trascorso un anno vedo che moltissimi punti rimangono attuali, per cui non mi dilungherò ulteriormente e mi limiterò ad affermare che le novità del mercato erano davvero poche, e che conseguentemente il margine di azione per produrre strumenti e prodotti nuovi non c’era, semplicemente, più. L’azienda peraltro stava prendendo una strada molto precisa, anche diversificando gli investimenti, scegliendo consapevolmente di concentrarsi su un certo target di lettori ed esprimendosi al riguardo con la convinzione di chi ha pubblicato alcune delle migliori pagine della letteratura mondiale negli ultimi trent’anni. In breve: non esistevano, e probabilmente non sarebbero mai più esistite, le condizioni per mettere in atto i progetti e i proponimenti che ritenevo indispensabili e che mi avrebbero consentito di continuare a divertirmi lavorando con gli oggetti che più di ogni cosa amavo: i libri. Avevo bisogno di cambiare, di tornare a divertirmi davvero: e sviluppare per il web era la cosa che più di tutte mi divertiva, mi appassionava e mi teneva sveglio la notte. Farlo per professione era una prospettiva che mi entusiasmava. La proposta migliore mi giunse da Leto, azienda per cui ho lavorato i miei primi nove mesi, prima di trasferirmi presso Tangent Snowball.

Ho comunicato le mie dimissioni all’azienda nel momento più frenetico dell’anno, quando la squadra al gran completo era in partenza per il Salone del capoluogo piemontese. Credo che pochissimi nel campo editoriale abbiano avuto il privilegio di lavorare per dei capi come i Ferri: ogni volta che leggo le storie penose di pseudo-editori e dei loro fallimenti mi ricordo di quanto sia stato fortunato a lavorare per un’azienda diretta saldamente dai coniugi Sandro e Sandra, che non ha mai pagato uno stipendio in ritardo ai propri dipendenti né saltato un pagamento a traduttori e fornitori, anche in tempi molto meno agiati, e tantomeno li ho visti partecipare come giudici a qualche reality show. Ancor più del denaro, mi ritengo fortunato di aver lavorato alle dipendenze di persone che rispetto e che spero conservino tutt’oggi per me lo stesso rispetto dei tempi che ci hanno visti lavorare insieme. Ricordo una franca discussione alla presentazione delle mie dimissioni, un po’ di tristezza, e dei sinceri auguri per il mio avvenire.

Per quanto lunghe, anche tre ore passano; il tempo dell’immancabile post travelling to London, United Kingdom su Facebook, ed eccomi sul mio British Airways diretto a Heathrow, dove avrei trovato amici di una vita e ricevuto ospitalità in vista di trovare una mia sistemazione.

La trafila è la stessa per tutti, credo. In questo preciso ordine: trovare un alloggio, aprire un conto in banca, chiedere un national insurance number e cominciare a lavorare. I racconti degli espatriati divergono molto sulla facilità o difficoltà di questo processo: c’è chi vi racconta di inenarrabili difficoltà e procedimenti cervellotici, e chi vi giura che tutto è semplice e lineare, specialmente paragonato alla burocrazia idiotica del nostro paese. Io mi posiziono tra quest’ultimi, avendo svolto tutte queste incombenze nella settimana precedente alla mia presa di servizio presso l’azienda di cui avevo accettato l’offerta. Immagino che un inglese appena passabile e il poter mostrare un contratto di lavoro già firmato rendano le cose molto più facili, specialmente nei confronti dei padroni di casa e delle banche, ma your mileage may vary. Similmente varieranno le impressioni che i compatrioti vi riporteranno degli inglesi, benché in una città così grande siano sorprendentemente pochi gli inglesi purosangue e straordinariamente abbondanti gli emigrati da ogni angolo d’Europa (con una spiccata maggioranza di est europei ed italiani, che saranno presenti in qualsiasi posto di lavoro avrete la ventura di frequentare).

Non esistono ricette di adattamento perfette, come anche non esistono luoghi perfetti: Londra è la città di cui mi sono innamorato dodici anni fa, quando ancora ragazzino l’ho vista per la prima volta, una città che ho frequentato spesso e che conoscevo abbastanza bene nei suoi tratti fondamentali e nello stile di vita che ispira ai suoi abitanti. Il protagonista di uno sciocco film per bambini che ho visto lo scorso natale ritiene che «in London everyone is different, and that means anyone can fit in», e dopo un anno questa rimane la migliore definizione della grande città: c’è tutto, c’è chiunque, e questo fa sì che ognuno possa trovare un posto a sé congeniale, un quartiere dove stabilirsi e vivere, un local pub dove ritrovarsi il venerdì sera a bere una birra tra colleghi.

Ed io non faccio eccezione: mi sono sentito accolto da questa città, dai suoi abitanti, dai colleghi stranieri e dai colleghi autoctoni, per niente simili agli stereotipi di freddezza e falsità che amiamo perpetrare noi latini. Ma quand’anche fossero stati freddi e ipocriti, avrei tuttavia apprezzato, abituato ad ambienti fin troppo caldi e sinceri come la città di Roma, con il calore che equivale fin troppe volte alla volgarità e la sincerità che diventa insulto. Al contempo, l’Urbe è un addestramento prezioso per sopportare qualsiasi altra metropoli al mondo: dopo avervi passato una vita intera, si è pronti al caos di New York, Berlino, Parigi, Mosca… e Londra, naturalmente.

L’ultima domanda frequente che parenti, amici e conoscenti si pregiano di farmi con una certa frequenza ogni qual volta rimetto piede sul suolo patrio è prevedibile: torneresti? Tornerai? Ad ognuno rispondo che no, non credo di tornare. Non a breve. Almeno non finché il mio paese e la mia città non saranno guarite da alcune ferite che da troppo tempo gli impediscono di essere attraenti per costruire un lavoro, un avvenire e una famiglia.

Ora che è passato un anno ho smesso di brontolare all’immancabile pioggerella di dieci minuti seguita dal sole abbagliante, mi sono ricreduto sul cibo, complice l’immensa presenza italiana che rende facilissimo procurarsi prodotti alimentari delle marche italiane o di equivalente qualità, ho smesso di usare parole barbare come elevator, trash o gasoline e imparato i più corretti lift, rubbish e petrol, e acquisito familiarità con accenti meno scontati del classico southern.

Dopo un anno non è più strano chiamare casa questo strano posto, che ho amato tanto da volerne fare il mio nuovo paese.

May this fair land we love so well / in dignity and freedom dwell.

 

Alcune cose che (non) so sul lavoro e sul mercato

Leggo numerosi post, anche di persone che conosco e che stimo, permeati da una medesima, inaudita capacità di mentire a se stessi. Post che raccontano quant’è bello il proprio lavoro, quanto #loveMyJob, quanto non lo scambierei per niente al mondo con un grigio ufficio pubblico, quanto è bello essere padroni della propria vita. Dopo il centesimo post sempre uguale, dopo che l’ambiguità delle figure professionali ivi descritte cominciava a declinare irrimediabilmente verso il grottesco (organizzatori di matrimoni ecosostenibili, insegnanti di portamento per donne col tacco, content curator per produttori di acquari), ho cominciato a chiedermi a chi tali post si rivolgessero. Cominciavo a chiedermi chi volessero convincere: gli altri, o se stessi?  Perché mi dispiace che non si veda, che non si voglia vedere, che per vent’anni alla mia – nostra – generazione sono state raccontate una sequenza infinita di stronzate.

Ma lasciamo da parte questi ridicoli miei dubbi e concentriamoci su un punto in particolare: quand’è che lo spirito del neoliberismo si è fatto strada nel nostro organismo fino alla corteccia cerebrale, costringendoci a raccontare barzellette a noi stessi, raccontarci la felicità nonostante ogni dato concreto racconti una trama ben diversa. Quand’è che abbiamo smesso di trovare umiliante indossare la nostra maschera migliore in pubblico e intonare anche noi la hit parade contemporanea, che canta «io tutto bene, io imprenditore di me stesso, io padrone del mio tempo, io professionista, io creativo, io incompreso in un paese che ha bisogno di più mercato»?

Ci è stato insegnato a credere nella crescita infinita, nel potenziale indeterminato che alberga in ciascuno di noi, che con la sola forza della buona volontà e del duro lavoro – naturalmente – avremmo potuto, tutti, persino noi rampolli di una famiglia di sbirri, ambire ai massimi gradi della scala sociale. Il gioco invece era truccato, e per ogni briciola che è toccata a noi (briciole che via via vanno riducendosi di dimensione), a qualcun altro è toccata la fetta intera. Soprattutto: nessuno ci aveva detto che per quanta buona volontà potessimo metterci, sul tavolo c’era solo una torta, e che l’anno successivo non ci avremmo trovato due torte, nemmeno tre; forse, mezza. Ad essere fortunati.

Mentre nascevo, il mio Paese accumulava uno stratosferico debito pubblico. Un debito che, dopo aver nutrito la generazione immediatamente precedente alla mia crescendola in un welfare state oltremodo generoso (mentre l’Europa ci indicava la via dell’austerità e Margaret Thatcher faceva il lavoro sporco del quale il labour di Blair avrebbe raccolto i frutti), un debito – dicevo – che sarebbe sfociato nel conto salatissimo del 1995, quando ci fu detto chiaro e tondo che, a noi, una vecchiaia come quella dei nostri nonni non sarebbe toccata mai. Ma non dovevamo temere! L’economia finanziaria, i prodotti derivati, i Grandi Mercati stavano preparando per noi un radioso avvenire di terziario avanzato. Mai più operai! Mai più grigi travet di una ditta dell’IRI: a noi, figli di quelli che nel sessantotto erano troppo piccoli per accodarsi ai giri giusti iscrivendosi a Lotta Continua, sarebbero stati riservati lavori creativi, piacevoli, neanche avremmo potuto onestamente chiamarli lavori. Meno ore a settimana, tempo libero, benessere. Credete all’economia, ci dicevano, fate sacrifici, lavorate duro, e tutto questo sarà vostro.

Vent’anni dopo il nostro tenore di vita, al netto dello smartphone che abbiamo in tasca, al netto del MacBook con cui ci narcotizziamo di Youtube, al netto dell’iPad con cui promuoviamo noi stessi sui social media, è ridotto all’essenziale; vent’anni dopo la realtà è che le nostre città sono piene di trentenni che fanno flat sharing e stendono la biancheria nella propria camera da letto, che si alzano alle sei e tornano alle nove di sera, nonostante il software e nonostante il trionfo della tecnica che ha già prodotto robot volanti da guerra (come quelli che in questo preciso istante bombardano qualche angolo remoto della Siria). Vent’anni dopo, questo Paese è intrappolato in una stagnazione irredimibile dopo la più grave crisi finanziaria dalla Grande Depressione. E che risposte hanno fornito i predicatori della crescita inarrestabile? Ci hanno indicato la Cina, elogiandola con parole di velluto, e ci hanno redarguito con paterno affetto: perché non possiamo, anche noi, essere un po’ più come loro?

Perché non lo vedete da voi, che la settima potenza industriale del pianeta è stata condotta alla stagnazione dall’articolo diciotto dello statuto dei lavoratori? Come potete essere così miopi da non capire che se l’economia finanziaria ci ha condotto nel pantano allora la giusta medicina per guarirne è continuare esattamente come prima, sperando che ne vengano fuori risultati migliori? Il mercato è il grande incompreso del nostro secolo, ma siamo dispostissimi a dargli un’altra opportunità. Ai lavoratori e ai loro diritti un’altra opportunità invece non la vogliamo concedere.

Qualcuno non ha mantenuto le sue promesse. Io non ho mai avuto intenzione di sbattere i piedi, piangere e gridare finché non mi verrà dato quello che è ormai evidente che non avrò mai. Ma, personalmente, ho almeno la decenza di non prendere su di me ogni colpa dello stato di cose. Di non rimproverarmi perché ho creduto a quello che genitori, insegnanti, professori, giornalisti ed economisti proclamavano all’unisono. Quello in cui credevo è diventato falso. Ho creduto a delle bugie. Non mi sono fermato. Non ho partecipato ai cortei della Camusso, non ho in particolare simpatia Landini. Ma parimenti ritengo che ci sono state fatte delle promesse, e chi ha promesso non ha poi mantenuto. Poco male, è una lezione di vita e io ho lo stomaco robusto.

La sottile ma, credo, significativa differenza tra noi e gli altri, in questo frangente, è che noi stiamo pagando e pagheremo ancora per lungo tempo – qualcuno pagherà per tutta la vita – il prezzo delle nostre illusioni; gli altri, invece, non pagheranno mai il conto delle proprie bugie. E non c’è discorso al mondo che riesca a togliermi dalla testa il pensiero che tutto questo non è giusto. Può essere, e forse è davvero, la natura delle cose. Ma continua a non essere giusto.

Considerare «resilienza» il percorso che passa dal fornire lavoro a poco prezzo al ricevere il giusto prezzo del proprio lavoro è la mise en place più significativa della graduale falsificazione delle proprie coscienze. Nonché il segno dell’innegabile successo di tale esperimento sociale, cominciato col pacchetto Treu e finito con la legge Biagi. Un esperimento che credo sia riassumibile nell’espressione “vediamo quanto riusciamo a prenderli per il culo prima che si facciano venire il dubbio”.

Ma veramente credete agli slogan degli imprenditori di se stessi? Veramente credete che un contratto a progetto o una partita IVA facciano di voi dei liberi professionisti? Quand’è l’ultima volta che avete chiesto un prestito o – Dio non voglia – un mutuo a un istituto di credito? Ve lo ricordate cosa vi hanno detto, quando avete presentato le vostre partite IVA e i vostri contratti di collaborazione? Vi hanno chiesto quanti anni hanno i vostri genitori, ecco cosa vi hanno detto. Una generazione garantita dalle pensioni dei genitori, ecco fino a che punto siamo riusciti a umiliarci. Vi svelo un segreto: siete dei liberi professionisti quando le vostre partite IVA vi mettono in tasca più del netto di un professore del liceo. Al di sotto di quelle cifre (che, vi segnalo per completezza, si aggirano attorno ai mille e cinque, mille e seicento euro, cifre tutt’altro che favolose, appena sufficienti a vivere un’esistenza in cui un intervento dal dentista non vi fa rischiare di perdere un tetto sulla testa) vi state prendendo per il culo da soli.

Tutti abbiamo creduto a chi prometteva che, prima o poi, appena superata questa piccola crisi (ce n’è sempre una, piccola o grande) sarebbe arrivato il nostro turno. Come può raccontarci chi va al supermercato con la speranza che il maggior numero possibile di prodotti nella nostra lista siano nello scaffale delle offerte, come può raccontarci chi a trent’anni e al terzo stage ha ormai rinunciato ad emanciparsi dal contributo mensile dei genitori metalmeccanici, come può raccontarci chi ha semplicemente alzato le spalle e fatto la valigia finendo esule altrove a parlare lingue straniere, quel turno non è mai arrivato. Quello che è arrivato, naturalmente, è il turno di chi ha sempre avuto spalle ben coperte, cognomi ben introdotti in società, di quelli il cui senso morale era abbastanza flessibile. Non il vostro. Non il mio.

La mia idea ha perso, e io ne ho preso atto ancor prima di aver compiuto la maggiore età. La mia idea ha una data di morte precisa, il 2 marzo 2003. La mia speranza che una società migliore fosse possibile, se dei volenterosi l’avessero costruita, è stata sconfitta, democraticamente, dal disinteresse e dalla rassegnazione. Ho dovuto giocare secondo le regole, e secondo queste regole ho giocato tutta la mia vita lavorativa. Diversamente da tanti scrittori di post crucciati, non sento un particolare desiderio di incensare la mia vita per cancellare dalla mia coscienza l’angoscia che non sia poi così soddisfacente. Quel che è sommamente importante l’ho ottenuto, ovvero la libertà di dire che due più due fa quattro. La stessa libertà di dire che qualcuno ha mentito, che qualcuno non pagherà e qualcun altro sta pagando al suo posto.

 

Scavare il fondo

Mi è capitata sott’occhio un’interessante storiella. Se stasera non avete altro da leggere, leggete pure con fiducia: non manca nessuno degli elementi tipici della commedia all’italiana, tranne forse le risate catartiche finali, perché c’è della gente che, a quanto pare, ci ha rimesso soldi, tempo e – cosa infinitamente più preziosa – la reputazione.

Si parla di “editoria”, di associazioni “culturali”, di soldi – pochi spicci, ma pur sempre soldi – versati in cambio della promessa di costruire un’agenzia letteraria, o forse sarebbe più corretto definirlo “club”, capace di interloquire con le maggiori realtà editoriali italiane.

Iniziate da qui, poi spulciate il forum di Writer’s Dream a questo topic (l’inizio) e quest’altro topic (la conclusione).

Ci saranno dei passaggi che solleticheranno il vostro scherno, ma resistete fino alla fine e ne trarrete un utile insegnamento. Cercate di non ridere anche quando si parla di Roberto Calasso (questo Calasso, anche se poi salterà fuori che “potrebbe essere un omonimo”) che avrebbe telefonato ai fortunati soci confermando che sì, senz’altro, pagando la quoticina si rischia di vedersi pubblicati da Adelphi.

Ripeto: non ridete.