Che fare? Problemi scottanti dell’editoria digitale italiana

Lavorare nell’editoria digitale a metà del 2014, e farlo nel mercato italiano, significa in primo luogo dover operare una riflessione sugli scopi e sui risultati a cui siamo giunti dopo anni di roboanti promesse e propositi rivoluzionari. Riflettere, cioè, sui problemi scottanti del nostro movimento, mettendo per un attimo da parte i proclami evangelizzatori, le percentuali a tre cifre, le prospettive visionarie e i tempi verbali al futuro prossimo.

A sei mesi dalla conclusione del 2013, un anno che ha brillato per la sostanziale mancanza di innovazione, la quale ha portato prevedibilmente con sé la stagnazione della crescita del digitale nei mercati di riferimento come quello statunitense, le cifre sono piuttosto chiare e ci raccontano nitidamente una storia. AIE ci conferma, senza sorprendere, che il mercato trade è digitale solo per il 3%, e questo si traduce in una crescita troppo lenta per incoraggiare gli attori della filiera a investire in prodotti, flussi di lavoro, canali nuovi. D’altro canto, nello stesso comunicato stampa, ci si rallegra di un +0,3% nei libri per l’infanzia, quando invece si dovrebbe osservare con sgomento che si è venduto un complessivo -6,8% di libri. La trama della nostra storia prende nel suo svolgimento una piega sempre più preoccupante, con tinte di viva angoscia da parte dei nostri protagonisti editori, che pure hanno passato, tutti o quasi, il triennio 2010/13 preparandosi a produrre, oltre alla carta, anche degli ebook.

È la storia di una rivoluzione fallita? L’editoria digitale italiana e le sue pratiche di liberazione sono state arrestate dalla tempra di un Kornilov a sembianza di paperback? Non esattamente.

Ritengo fuorviante, oltreché inesatto, chiamare rivoluzione digitale l’aver immesso sul mercato online delle conversioni in formato markup dei PDF di stampa che governavano il workflow delle case editrici, piccole, grandi e colossali, da trent’anni. Ritengo fuorviante chiamare rivoluzione l’aver fornito dette conversioni ad attori già esistenti come le librerie online italiane o il Moloch Amazon affinché le vendessero per conto degli editori, replicando pedissequamente un modello di business sicuro e sperimentato. Ritengo fuorviante, infine, scomodare il termine rivoluzione per definire un processo di transizione incompleto, che certamente stampa su vetro i caratteri del libro ma ne fa nient’altro che prodotti, tariffati e venduti come entità singole e scollegate, ciascuna racchiusa da un ISBN e ferma nel tempo alla data della messa in stampa, e per giunta immessa sul mercato con i cicli e le tempistiche della distribuzione in libreria. Avevamo minacciato un nuovo ordine mondiale, ma abbiamo prodotto nient’altro che un Putsch in una birreria. Dove abbiamo sbagliato? Anzi: cosa avremmo considerato un successo?

Abbiamo creduto che lettura digitale significasse caricare degli ePub su un dispositivo, e che per essere innovativi bastasse migliorare i propri InDesign affinché generassero degli ePub non eccessivamente brutti, e pagare qualcuno affinché avesse cura di distribuirli, insieme alle informazioni bibliografiche, ai principali store. La lettura digitale non è questo. Ritrovarsi in birreria e ripetere che “non poteva funzionare, in Italia notoriamente non si legge” è un modo, per quanto elegante, di commiserarsi senza rinunciare a quella punta di snobberia a buon mercato che i social network ci hanno insegnato ad amare.

Aver ritenuto che leggere in digitale potesse limitarsi a scaricare un archivio compresso, all’interno del quale riprodurre la struttura di un sito web tuttavia privo delle caratteristiche che hanno decretato il successo del web è stato la madre di tutti gli errori. Non per questo considero tempo buttato l’elaborazione e l’adozione di uno standard condiviso per i contenuti editoriali offline, anzi: gli standard sono il motore degli eventi, nel mondo digitale.

Gli standard fanno parlare sistemi diversi e fissano le regole del gioco. Gli standard e le loro implementazioni sono delizia e croce degli addetti ai lavori, dei tecnici, dei digital platform plumber; non però per gli utenti, che sono entusiasticamente disinteressati ai particolari, agli ingranaggi, ai framework. E cosa hanno visto gli utenti, quel 3% di curiosi che in uno sforzo di fiducia hanno riempito un form coi numeri della propria credit card per finanziare la Rivoluzione? Una brutta copia del libro di carta (a volte brutalmente fallata), che ha bisogno di un dispositivo apposito per essere fruita, che quando va bene ha gli hyperlink nell’indice ma nient’altro, che nel 90% dei casi deve essere aperto da un programma di un’azienda che non è né la libreria né l’editore, azienda presso la quale dobbiamo registrare un account affinché graziosamente ci permetta di autorizzare non solo la mia persona ma anche il mio dispositivo (ma non più di sei) a fruire del contenuto che è stato addebitato sulla credit card di cui sopra, addebito che naturalmente è stato istantaneo, e ci mancherebbe.

Oppure no, oppure gli utenti hanno acquistato il libro dei desideri con un click, perché il venditore si ricorda di loro, e l’hanno scaricato direttamente sul proprio dispositivo, il più economico e solido di tutti, senza autorizzare niente e nessuno, e possono leggerlo anche dal cellulare, se ne hanno uno, senza neanche disturbarsi a ricordare a che pagina fossero arrivati. Ma questi sono i clienti di Amazon, sono i clienti che acquistano di più in digitale, sono quelli che ho visto coi miei occhi prendere il Kindle dallo zaino e comprare all’istante Ask the Dust dopo avergli detto che non potevano entusiasmarsi davvero per qualcosa prima di aver letto la storia di Arturo e Camilla, e sono quelli che noi abbiamo deciso di chiamare nemici.

Amazon è un’azienda che, tra le altre cose, ha spesso fondato la propria comunicazione sul valore dei propri clienti, corteggiandoli in modi leciti e meno leciti, ma sempre offrendo servizi che rimangono impareggiabili per immediatezza e vicinanza al portafogli.

Non sono dichiarazioni così distanti da quelle che sentiamo a ogni maggio dei libri: case editrici, distributori, editori gareggiano tra loro per vezzeggiare il lettore, cioè il loro cliente, sostenendo di farne il loro patrimonio, di renderlo il proprio padrone: ma quali servizi e facilitazioni, nel concreto, offrono le case editrici ai propri lettori? L’increscioso equivoco della legge Levi, che ha limitato per legge lo sconto praticabile sui libri al tetto del 15%, è stato recepito dal pubblico di lettori esattamente per quello che era: una miope manovra di autotutela che andava paradossalmente a danneggiare proprio quei lettori forti che AIE vede diminuire a ogni report di fine anno, quei lettori che vedevano nello sconto un rinforzo motivazionale per riempire ancor più la propria casa di libri.

In questo senso, mi sono ritrovato a pensare che «l’editoria è l’unica industria al mondo che incolpa il consumatore dei propri insuccessi». Parimenti, ritengo che gli operatori italiani del digitale abbiano prematuramente inteso la propria professione come un’opera rivoluzionaria, vedendosi schierati contro le forze oscurantiste della Reazione, preoccupate di perdere il proprio ruolo egemone nel dibattito culturale. Dimenticando, colpevolmente, che la tecnologia è kuhnianamente conservativa rispetto alla cultura: i paradigmi creati dalla tecnologia portano alla luce saperi minoritari, aumentano la circolazione dei saperi esistenti e imprimono ad esseri una vertiginosa accelerazione. Dal 1994 a oggi abbiamo assistito a una rivoluzione scientifica in tecnologia, composta di HTML e HTTP, che sono a tutti gli effetti i mattoncini attraverso cui viaggiano i saperi che vengono rappresentati dagli attori del dibattito culturale, siano essi giornalisti, saggisti o romanzieri. Dimenticando, inoltre, e ancor più colpevolmente, che le tecnologie proposte per armare la rivoluzione digitale sono, tutte, invariabilmente, tecnologie che ormai di rivoluzionario non hanno assolutamente nulla, e che anche per questo vengono senza sforzo adottate da un esercito di improvvisati e dilettanti, alcuni dei quali preposti a produrre quei materiali fallati che ogni lettore digitale ha avuto il dispiacere di aver acquistato, mettendo in piedi script in Perl (1987) che operano sostituzioni con regular expression (1968) e magari pubblicando contenuti su un WordPress e un paio di plugin in PHP (1995).

Non è falso che una parte piuttosto consistente della critica al digitale e ai suoi paradigmi sia in effetti condotta secondo gli schemi della reazione, e rappresenti fedelmente le istanze sociali della classe borghese, tradizionalmente proprietaria dei mezzi di produzione culturale, e comprensibilmente allarmata da un progresso che svincola la produzione e la diffusione di contenuti culturali da quei mezzi che solo una buona disponibilità di denaro rendeva accessibili. Abbiamo contato dozzine di articoli crucciati, alcuni anche firmati da nomi eccellenti, colmi di ammonimenti riguardo al self-publishing, tracciati con la stessa logica con cui, dieci anni fa, si derideva il gigantesco tentativo di Wikipedia di darsi una disciplina e conquistare una credibilità pari almeno a quella dell’enciclopedia multimediale Encarta (Microsoft Encarta non viene più prodotta dal 2008, mentre gli errori di Wikipedia riempiono i coccodrilli delle principali testate nazionali).

Non è difficile percepire, dietro ai catenacci che denunciano in Google, negli smartphone, in Facebook, in Twitter il batterio che aggredisce una società civile fino a quel momento indaffaratissima a leggere (pardon: rileggere) la Recherche, una velata preoccupazione di perdere un ruolo da protagonista che, dalla macchina a vapore in avanti, è stato solidamente occupato in ambito culturale da una classe borghese che poteva contare su solidi patrimoni e al contempo lavarsi via, per così dire, l’onta, rappresentandosi come mecenate generosa e illuminata.

Questo non solleva però gli operatori del digitale italiano dalla responsabilità dei propri errori di valutazione e calcolo: abbiamo schierato un’organizzazione di rivoluzionari laddove nessuno aspettava una rivoluzione, armandoci con strumenti antiquati e concetti novecenteschi. Abbiamo introdotto strumenti tutto sommato nuovi nel lavoro editoriale, ma le nostre parole sono rimaste quelle di sempre: abbiamo cercato di incastrare un prodotto nuovo, elettronico, veloce e in evoluzione, all’interno di cicli di produzione e consumo pensati al cartaceo, ottenendone nient’altro che la brutta copia, il residuo di scarto della lavorazione del libro, un prodotto imperfetto che abbiamo necessariamente dovuto prezzare a meno della metà, se non addirittura a meno di un euro, implicitamente supplicando il lettore di concederci una possibilità. Vedere ancora oggi offerte a prezzo stracciato, intere collane in prezzo lancio 0.99, si traduce in un reiterato grido d’ascolto che il mercato non ha più intenzione di ascoltare, almeno finché permarranno i limiti e le idiosincrasie che abbiamo voluto applicare al digitale per renderlo più “digeribile”.

Quindi: che fare?

Comprendere come la lettura digitale e l’ebook non solo non siano la stessa cosa, ma neanche si somiglino granché: leggere digitale comprende un universo di pratiche e mezzi che va da Twitter a Medium, passando dai blog agli ebook e sconfinando nei videogame (che sono opere d’arte interattive, narrazioni, storie, raccontate con un linguaggio non alfabetico). Un ebook è una fetta di web, un pacchetto di XML, XHTML, JPEG e CSS (con l’occasionale JS), che per lo più vive uno splendido isolamento e non ha rapporti con l’universo che lo circonda.

Chiedersi se davvero il calo delle vendite dei libri cartacei debba condurre a un futuro di libri elettronici: secondo quale logica il mancato acquisto di libri dovrebbe condurre a un acquisto di qualcosa che è praticamente un libro cartaceo, è a rischio di dissoluzione al primo cambio di schema DRM o al primo hard disk in panne? Chiedersi, allo stesso modo, se i lettori non stiano leggendo di meno per via della concorrenza di medium diversi come le serie televisive americane, le letture disimpegnate del blog di grido, o la semplice ossessione per se stessi da nutrire a suon di selfie.

Chiedersi se sia giusto, se sia davvero onesto, proseguire nella rappresentazione del libro e della lettura come se trattassimo materiale magico, di per sé investito di un’aura salvifica, e non stessimo semplicemente cercando di vendere un’esperienza, che pur certo è intellettuale ma può avere un valore di intrattenimento, di evasione, di passatempo: la retorica del libro che si respira nella sfera degli addetti ai lavori dell’editoria è tale e così fitta che non raramente atterrisce.

Chiedersi, chiedersi davvero, chi siano i propri lettori e cosa chiedano ai propri referenti, siano essi editori o librerie: quali delle loro richieste viene soddisfatta dal digitale? Come potrebbe, inoltre, il digitale migliorare le loro vite, rendendo più semplice, piacevole, immediato e soddisfacente l’acquisto di un bene di consumo letterario? In altre parole: che problema stiamo cercando di risolvere?

Rispondere a queste semplici ma essenziali domande è il requisito che, ritengo, serva soddisfare affinché il 2014, o quello che del 2014 ci resta, sia per noi professionalmente soddisfacente e che il prossimo Natale segni, dopo anni di falso allarme, il trionfo della lettura in digitale. In mancanza, continueremo a combattere la nostra guerriglia nella giungla, incerti sul nemico da combattere, mentre tutt’intorno i lettori, quei pochi rimasti, entreranno in libreria per uscirne a mani vuote.

A questo post ha fatto seguito una interessante serie di considerazioni di Fabrizio Venerandi, editore di Quintadicopertina, esposte in forma di corollari al mio “j’accuse”. Consiglio caldamente di leggerli per integrare questa lettura.

 

Le vite controverse delle tecnologie per i contenuti

«Se abbiamo a che fare con i contenuti, oggi, ci piaccia o no, lavoriamo anche con la tecnologia: sul piano del prodotto, della comunicazione e dell’ambiente in cui entrambi abitano. Dovremo quindi essere in grado di prendere decisioni in questo campo: abbiamo bisogno di competenze per fare scelte consapevoli ed efficaci. Possiamo muoverci in due modi: acquisendo noi stessi quelle competenze o sapendole riconoscere in altri professionisti con cui collaborare.»

Il resto in un post a due mani con Letizia Sechi, sul suo blog.

 

Alcune cose che abbiamo imparato nel 2013 a proposito di editoria (digitale) e alcune che dobbiamo ancora imparare

  • Il 2013 è stato un anno strano per il digital publishing. Avevo giurato che la parola d’ordine dell’anno sarebbe stata API, e in effetti molto del mio lavoro di quest’anno è stato orientato sulle interfacce pubbliche verso metadati e contenuti; ma a ben pensare il 2013 è stato il primo anno dall’avvento del digitale in editoria a caratterizzarsi per l’assenza di innovazione. Sul mercato non sono stati immessi prodotti o contenuti sostanzialmente nuovi, e il risultato non poteva che essere un rallentamento della crescita del digitale. La vera parola d’ordine del 2013 è quindi stata stagnazione.
  • Il digitale fermo al 4% del mercato sembra fare la felicità di molti, anche di quelli che, a ben guardare, avrebbero tutto da guadagnare da un allargamento di questa fetta di mercato. Ma un mercato fermo fa sì che gli attori economici che non hanno innovato si sentano incoraggiati a non farlo, e rassicura chi, come nel 1994, è pronto ad alzare la mano esclamando che “è tutta una bolla”. Il prodotto di questo schema concettuale, prevedibilmente, è il classico circolo vizioso: non innovando non si allarga il mercato, e se il mercato non si muove viene scoraggiata l’ulteriore innovazione. In sintesi si tratta, in scala ridotta, dello stesso percorso che ha condotto alla paralisi del sistema industriale italiano.
  • La riprova di questo atteggiamento diffuso nell’industria è il grande favore con cui è stato accolto il provvedimento Destinazione Italia del Governo, che esclude i libri elettronici dai beni che possono usufruire dello sgravio fiscale del 19%. Un provvedimento che, a quanto pare, è stato seriamente sottofinanziato e che presumibilmente non farà risparmiare che 2 euro a famiglia per il solo 2014, per poi esaurire il fondo senza che sia previsto alcun rifinanziamento. Nonostante questo, l’AIE ha parlato di una «svolta per la lettura in Italia». In un’economia come quella italiana, drogata di finanziamento pubblico e incentivi statali, è del tutto comprensibile che un finanziamento anche irrilevante come questo faccia scattare la reazione pavloviana dell’acquolina in bocca.
  • Tra le poche buone idee di cui si è parlato molto nel 2013 vi è il principio dell’ebook bundling, associare cioè un ebook alla vendita di una copia cartacea. Ne ho parlato io su EbookReaderItalia e su questo blog, ne ha parlato Marco Dominici, ne hanno parlato molti altri. Verso la fine di quest’anno due importanti editori come Mondadori e Rizzoli, oltre a un gruppo editoriale come Mauri Spagnol, attraverso la loro libreria online IBS, hanno annunciato i loro esperimenti in tal senso. Sebbene non si tratti di un’innovazione di rilievo nell’ambito della tecnologia e dei prodotti, guardo senz’altro con soddisfazione all’ottima ricezione da parte del pubblico di queste iniziative tese a migliorare, integrando i servizi, l’esperienza d’acquisto del cliente lettore. L’idea è molto buona, e personalmente ho lavorato a nuovi metodi per permetterlo, ad esempio con un’app come py-BookBundler. Il 2014 vedrà importanti novità in tal senso per Edizioni E/O, che è l’editore per cui lavoro. Stay tuned.
  • Anche nel 2013 la competizione tra editori sul mezzo digitale si è nutrita di promozioni tutte sul prezzo. La gara per l’attenzione del pubblico è difficilissima da vincere, e il 2013 ci ha insegnato che neanche fare prezzi stracciati e daily deal continui è più sufficiente se essi non vengono pubblicizzati nel modo giusto e facendo un uso accorto dei medium a nostra disposizione. Il 2014 porterà con sé una nuova rilevanza degli strumenti di comunicazione sociali e una radicale nuova strategia degli editori in tal senso, complice anche il nuovo algoritmo di Facebook che penalizza la condivisione di contenuti “in batteria”, alla disperata ricerca di linee di profitto una volta esaurita la boccata d’ossigeno della quotazione in borsa. Qualcosa di simile avverrà anche per Twitter, e il lavoro degli operatori di comunicazione diventerà meno piratesco e più specializzato, facendo una selezione spietata tra gli improvvisati e i professionisti.
  • Il 44% della popolazione italiana con un’età compresa tra 25 e 34 anni non ha un lavoro. Se avete un lavoro, farete bene a svolgerlo nel miglior modo possibile cercando di rimanere rilevanti; la fine della crisi economica è ancora lontana, nonostante sui giornali ci sia una gara tra pagliacci per illustrare le loro ricette, tutte semplici e veloci, per uscirne.
  • Proprio per questo, come per il 2013, anche per il 2014 ritengo che il miglior consiglio per i professionisti dell’editoria rimanga «meno aperitivi, più libri buoni».
 

Quanto vale un ebook?

Scrive Venerandi:

A settembre non cadono le foglie, ma fioriscono nei blog di tutto il mondo i consigli su come impostare la propria attività lavorativa, specie se digitale, ancora di più se editoriale. Accanto a consigli comprensibili, come quelli di vendere in bundle ebook ed equivalente libro cartaceo, apro una parentesi, il che è una implicita ammissione di sconfitta per il digitale, non solo perché si palesa il fatto che l’ebook non è in grado di sostituire in toto il libro di carta, abbiamo ancora bisogno del libro di carta, apro una seconda parentesi, anche se vale il contrario, non mi basta più solo il libro di carta ed ho bisogno anche di quello digitale, chiusa parentesi tonda interna, non solo dicevo perché si palesa che l’ebook non è indipendente, ma soprattutto perché si riduce l’ebook ad essere una appendice del prodotto che resta principe nella sua progettazione, ovvero il libro di carta di cui l’ebook è un utile surrogato, chiusa parentesi tonda esterna, dicevo, accanto a consigli comprensibili come il summenzionato affogato in confuse ipotassi, si trovano alcune considerazioni che io sono sicuro di aver già sentito tempo addietro, tra cui quella in cui si dice che content is not the king, il contenuto non è così importante, ma è importante l’accesso al contenuto stesso, quello che si deve far pagare – in sostanza – è la possibilità e la facilità di accedere ai dati. Non i dati. E qui, da creatore di dati, mi chiedo se veramente questa sia una novità del digitale. Ovvero: davvero quando comperiamo un tradizionale libro cartaceo compriamo un contenuto, o anche in quel caso paghiamo una forma che ci permette di accedere ai dati stampati all’interno della forma libro? Io penso che da sempre si paghi l’accesso ai dati, non è un caso che buona parte del prezzo di copertina di un libro di carta finisca nelle tasche dei vari intermediari che si occupano della distribuzione, ovvero di coloro che facilitano/complicano l’accesso ai contenuti.

Tra le due parentetiche, Venerandi coglie un paio di punti che a mio modo di vedere è cruciale mettere in discussione oggi, subito: la prima (1) è la questione del ruolo dell’ebook come veicolo di informazioni e (1b) la sua efficacia in tale ruolo, la seconda (2) è la questione del valore dell’ebook come merce a cui il consumatore riconosce un certo prezzo. Le due cose non coincidono o coincidono solo marginalmente, ed è importante che i due punti (e mezzo) vengano sollevati da uno come Venerandi, che gestisce una casa editrice digitale e che è tra i non moltissimi che in Italia hanno il rapporto fare/chiacchierare col segno positivo.

Poiché sono stato (e sono tuttora) un convinto sostenitore delle strategie di bundling (al punto da aver giochicchiato con un sistema alternativo per permetterlo), proprio per questo, ritengo che la prospettiva del problema sollevato da Fabrizio sia parziale. La digitalizzazione dei beni di consumo culturale e l’evoluzione dei modelli di business dei loro editori mostrano una transizione ben precisa, che a mio modo di vedere è cruciale per comprendere le nuove criticità e le nuove possibilità di mercato sulla Rete: la transizione, cioè, da un’ottica di prodotto a una prospettiva di servizio. È sotto gli occhi di tutti l’accaduto per la musica, per la quale i consumatori hanno abbracciato entusiasticamente un modello di subscription di tipo all you can listen. Qualcuno ha le idee confuse e crede che si possa tradurre l’esperienza di Spotify (ma anche di Netflix) con i libri, tirando fuori qualcosa chiamato “ebook in streaming” (qualsiasi cosa ciò significhi); questa è, secondo me, la risposta sbagliata, perché dimentica che l’editoria (l’editoria tipicamente libraria a cui pensiamo quando pensiamo agli ebook in Italia) è un mercato basato su prodotti simili ma diversissimi (i nuovi libri di un editore competono essenzialmente l’uno contro l’altro ad ogni giro promozionale) e che non possono essere consumati distrattamente, nel modo in cui io sto consumando il mio abbonamento Spotify scrivendo queste righe. Ma la prospettiva di servizio, quella sì: l’ebook non è un bene durevole, non viene percepito come tale e – credo – è profondamente sbagliato cercare di venderlo come tale. Vendere un ebook come sostituto del libro di carta significa fare un’ingiustizia alle sue potenzialità, in cambio di un vantaggio tangibile non appetibile per tutti (a meno che voi non crediate che sia possibile uscire dal 4% appellandoci a fantomatici lettori che hanno il problema di portarsi appresso centinaia di libri – il mercato editoriale è fatto di editori a caccia di lettori che, se va proprio bene, di libro a casa ne portano uno all’anno). Ma questo l’ho già detto altre volte, è ozioso tornarci su.

Veniamo ai punti.

(1) Siamo stati fuorviati da anni in cui abbiamo ripetuto come un mantra che content is the king. Non che l’affermazione sia falsa, anzi: è vera, e una dozzina d’anni di Internet di massa sta lì a dimostrarlo. Quello che abbiamo sbagliato è credere che il contenuto, di per sé solo, possa fare il grosso del lavoro per noi. Un buon romanzo non è niente se non viene veicolato in una forma acconcia verso il suo lettore, un grande classico non vale niente se per leggerlo devo districarmi tra errori di formattazione, stili sghembi e refusi introdotti da qualche espressione regolare troppo “maggica”. Il contenuto è il re, ma il contenuto lo fruiamo attraverso un vettore, che sia esso un EPUB, un PDF o un tascabile paperback. È un esercizio piuttosto inutile farci la guerra di bande e cercare di stabilire che “un PDF non è un ebook”, che “il cartaceo è morto“, oppure anche che “l’esperienza della lettura vera è quella cartacea”. Il problema del vettore di contenuto è un problema tecnologico, e dalla tecnologia deve provenire una risposta ai problemi, non la proposizione di problemi nuovi. Che problema risolve il libro elettronico? Rispondere a questa domanda può indirizzare il lavoro che dobbiamo fare nel 2014. Quello che dovremmo assicurare al lettore, già da oggi, è la massima flessibilità: abbiamo digitalizzato il catalogo, se non siamo dei cialtroni abbiamo un formato sorgente affidabile da cui derivare i formati adatti ai dispositivi (qualcuno usa XML, come Fabrizio, qualcun altro – tipo me – degli XHTML; il concetto è quello): offriamo tutti i formati ai lettori (non tutti lo fanno, qualcuno è pigro e non l’ha ancora fatto, qualcun altro – il più grave – non saprebbe come farlo). Possiamo cominciare da qui. Poi pensiamo ad allargare il discorso, pensando ad esempio a come coinvolgere le librerie nel commercio di ebook. Il bundling risolve, parzialmente, questo problema. Ma è un passo ulteriore.

(1b) Tutt’altro problema è chiedersi se gli ebook siano sufficientemente efficaci per risolvere i problemi per cui vogliamo impiegarli, e se siano efficaci nel modo in cui li facciamo adesso. Parlo dalla mia prospettiva: la casa editrice per cui lavoro pubblica romanzi, narrativa prevalentemente straniera, intesa per la lettura immersiva e prolungata. L’ereader è un ambiente perfetto per questi scopi. Da questo punto di vista però i vantaggi del digitale si assottigliano: la carta non offre un’esperienza di lettura sensibilmente meno ricca, e il prodotto digitale non differisce sensibilmente dal cartaceo, è solo una divaricazione del workflow. Per questo non credo che offrirlo gratuitamente insieme al cartaceo sia una “sconfitta del digitale”. Diverso il discorso per la saggistica o la manualistica. Se potessimo provare l’esperienza di studio di un testo digitale ben progettato, con indici analitici veri, diversi percorsi di lettura e una semantica che renda facile consumare l’ebook come una banca dati, probabilmente lo faremmo pagare come il cartaceo e non li offriremmo insieme se non con una subscription di sorta. Questo genere di esperienze non sono ancora diffusamente disponibili, ed è un limite dei formati, dei dispositivi di lettura e delle capacità di progettazione delle case editrici. Questo è il secondo passo da affrontare.

(2) Dall’unione di 1 e 1b otteniamo il problema della valorizzazione del prodotto digitale. Il valore di un prodotto o di un servizio, materiale o immateriale, è una funzione del valore che tale prodotto o servizio aggiunge alle nostre esistenze. Produrre, vendere e allucchettare il libro elettronico per renderlo più simile a un libro di carta significa sottrargli valore. Da quale cannibalizzazione ci stiamo difendendo, se il mercato è al 4%? Siamo sicuri che rendere la vita impossibile ai lettori onesti con i DRM di Adobe sia la soluzione al problema della pirateria, quando esistono siti con dettagliati tutorial su come toglierli in due mosse? Riusciremo a convincere il pubblico a pagare gli ebook quando gli ebook risolveranno problemi senza crearne altri o limitare delle funzionalità che il cartaceo svolge benissimo.

 

Bundling cartaceo/digitale: un’opportunità (e un affare) per il libro

Oltre alla convenienza per il consumatore, un bundling su larga scala può alleviare la diffidenza che librerie e promotori nutrono nei confronti dell’ebook, restituendo alle librerie indipendenti un vantaggio competitivo che temevano di perdere nella transizione a un paradigma di consumo digitale.

Il resto nel mio guest post su eBookReader Italia.

 

L’autorete della net society (una bozza)

Insieme all’amico e collega Osvaldo presenterò una relazione in occasione del prossimo convegno Noetica versus informatica. Naturalmente l’occasione di una conferenza di argomento filosofico è una scusa per provare a lavorare insieme su un argomento a entrambi caro, quello delle reti sociali e del destino della cultura e del dissenso all’interno delle grammatiche del consenso tipiche dei social network. Il lavoro è appena agli inizi, e sarà divertente vedere che deriva prenderà; nel frattempo, questo è l’abstract che abbiamo preparato. Sono naturalmente molto graditi commenti od opinioni.

ARPANET e il primo Internet erano reti neutrali e aspecifiche, decentralizzate e inclusive, con caratteristiche definite dalle esigenze e dalle aspettative della comunità scientifica che le aveva create. Il successivo ingresso in campo di attori economici forti ha moltiplicato gli interessi in gioco, rendendo Internet un medium di massa del tutto assimilabile agli strumenti predigitali impiegati dall’industria della cultura popolare del Novecento, come la radio, il cinema e la televisione. Gli utenti dei social networks somigliano ai telespettatori e ai consumatori in maniera grottesca; benché credano di produrre contenuti e di fruirne, gli utenti sono invece la nuova merce – aggregabile, analizzabile e rivendibile – in quanto consumatori di messaggi pubblicitari o fonte primaria per gli indirizzi del marketing. Il profitto dell’era 2.0 non dipende dal consenso dell’individuo che si vuole persuadere, bensì dalla costruzione di un’identità di massa che rende del tutto ininfluente la propaganda, come anche la critica. Le masse della net society fanno parte di una Rete che, per la sua architettura stessa, elimina la possibilità logica della non-conformità, sostituendo il dissenso e la difformità con la ripetizione stereotipa del sempre uguale, che costruisce l’interazione prediletta delle piattaforme di social networking.

… 

 

py-BookBundler: un’API per il bundling tra cartaceo e digitale

TL; DR: Ho sviluppato (e pubblicato in opensource) il prototipo di una webapp che permette a un editore di offrire una copia dell’ebook a chi possiede una copia del libro di carta. Esistono già approcci che tentano di risolvere la questione, alcuni efficaci e alcuni meno; io ho pensato che si potesse provare un sistema più semplice, ad esempio chiedere all’utente di fare una foto a una pagina specifica del libro, che viene analizzata dal server per verificare che si tratti effettivamente della pagina richiesta. py-BookBundler è un’applicazione che fa questo, e lo fa funzionando come API REST.

Really, TL; DR: Guarda, qui c’è un gattino buffissimo!

Premessa: ancora sul bundling

Come spesso accade, alcuni argomenti “caldi” dell’editoria digitale tornano inaspettatamente d’attualità quando meno te lo aspetteresti. È il caso del bundling tra libro cartaceo e libro digitale, di cui nell’ultimo mese si è parlato diffusamente (ne ho parlato io, qui e qui, ma soprattutto se n’è parlato sul blog di Marco Dominici e su Finzioni (dai quali sono stato definito un “blogger”: speravo che avessero un’opinione un po’ migliore del sottoscritto).

L’opinione diffusa è sintetizzabile con «ma sai che è proprio una buona idea? bisognerebbe proprio cominciare a farlo!». Manco a dirlo, la settimana scorsa Amazon ha annunciato l’iniziativa MatchBook, accolta col consueto miscuglio di entusiasmo e catastrofismo (è un riflesso condizionato del publishing, ormai; mi chiedo quanto ci faccia bene questo atteggiamento di polarizzazione tra entusiasmo-a-tutti-i-costi e dio-mio-vogliono-uccidere-il-libro-bisogna-fermarli). Credo che sul punto dell’iniziativa non ci sia molto da dire, mi sono espresso più volte in favore di tale abbinamento e il meccanismo di Amazon è esattamente quello che proponevo come soluzione ottima: la libreria tiene traccia degli acquirenti del cartaceo e gli propone l’ebook a prezzo scontato. La teoria è già stata sviscerata meglio di me da altri, e tutti siamo in condizione di formarci un’opinione sulla materia (i più spericolati potrebbero addirittura ricredersi e – con rispetto parlando – cambiare idea; don’t try this at home, kids).

L’aspetto che più mi intriga della questione oltre alle chiacchiere, quindi, non è il se, bensì il come. Lavorando per e/o avevo sperimentato un sistema di redeem a coupon, un codice promozionale stampato su un cartoncino, da inserire sul nostro sito e scaricare una sola volta una copia dell’ebook corrispondente. Un’altra possibilità l’hanno sperimentata in Utet, proponendo come “chiave” due o tre parole pescate da coordinate specifiche di una pagina del cartaceo. Sistema già più intelligente. Mi sono però chiesto se fosse possibile e praticabile un modo più semplice per l’utente, che al contempo garantisse all’editore un ragionevole margine di sicurezza che un libro cartaceo fosse realmente nelle mani dell’utente. Sfogliando i feed ho letto di un editore americano che stava spedendo l’ebook ai lettori che inviassero per posta elettronica una foto del libro. Ecco, mi son detto, questa è una buona idea: una foto del libro uguale un ebook; ma non posso accettare una foto qualsiasi, voglio poterti chiedere una pagina specifica del libro; e già che ci siamo non voglio controllare a mano se la foto che mi hai allegato è una foto del libro per cui mi chiedi l’ebook. py-BookBundler fa proprio questo.

Un’ipotesi di lavoro: tecnicalità

L’applicazione è sviluppata in Pyhton sul framework Flask, un web application framework veramente minimale, che stavo valutando per progetti Jython e che offre un ottimo punto di partenza per implementare velocemente delle API di tipo REST. Poiché uno dei possibili sistemi per accedere al sistema potrebbe essere un’applicazione per smartphone, oppure un’integrazione col sito web di un editore, il paradigma REST offre una buona flessibilità nell’approccio al problema.

L’operatore inserisce il “riferimento” della pubblicazione, cioè il target che l’utente deve “matchare” con la sua foto al libro. Si tratta naturalmente della pagina prescelta tratta dal libro. È possibile caricare un file di testo che rappresenta – linea per linea – la pagina (con isbn e numero di pagina come intestazioni), attraverso una piccola utility da eseguire in CLI, oppure caricare un’immagine della pagina e lasciare che venga passata all’OCR. L’operatore si suppone autenticato: nel codice di app.py uso HTTP Basic, ma con l’approccio AOP con decoratori di Python è semplice implementare un protocollo diverso, ad esempio Digest o OAuth. Il contenuto della pagina, insieme a identificatore e numero di pagina a cui fa riferimento, viene poi inserito in un database (nel caso specifico si tratta di mongo, il più famoso dei NoSQL). L’utente finale può sfogliare il catalogo delle risorse disponibili e accedere a una pagina che propone di caricare una foto della pagina obiettivo tratta dal libro in suo possesso. La foto della pagina viene elaborata sul server da tesseract-ocr, un OCR opensource attualmente sviluppato da Google, che avevo sperimentato tempo fa per alcuni esperimenti di conversione epub da fonti TIFF. I risultati furono inaspettatamente buoni, anche se non perfetti. Proprio perché è difficile che una fotografia di una pagina corrisponda perfettamente col contenuto immesso dall’operatore, il sistema analizza i risultati e procede a un confronto di prossimità riga per riga, usando il modulo difflib della libreria standard di Python. Se i testi raggiungono un sufficiente livello di somiglianza (impostabile, in percentuale, a piacere tramite un parametro), viene restituito un esito positivo.

Il codice è commentato come meglio ho potuto, ed è – com’è noto – la documentazione più precisa e aggiornata.

Caveat e cose da fare

L’applicazione è una bozza, pur funzionante anche se priva di tesseract-ocr, che dovete installare a parte (ci sono pacchetti per tutte le distribuzioni Linux, per OSX va compilato dai sorgenti), e passibile di molti miglioramenti. Andrebbe ad esempio wrappata in un container wsgi adatto (non il server HTTP di base compreso in flask.app).

Allo stato attuale l’applicazione espone endpoint pubblici, tranne la creazione della risorsa. Un’applicazione reale dovrebbe almeno chiedere all’utente di registrarsi, magari con un login via Twitter, per cui esiste un modulo OAuth (in Flask non è comodo come con Tornado), e tenere così traccia dell’uso e dei download.

Nella bozza che ho pubblicato viene restituito un semplice template success/fail a seguito della richiesta di match, e non viene offerto un link per scaricare alcun ebook (l’implementazione dipende ovviamente da molti fattori); idealmente, un responso positivo dovrebbe generare un token monouso attraverso cui autorizzare la richiesta di download della risorsa, trasmesso ad esempio attraverso un X-Header HTTP. Oppure, più semplicemente, spedire il link o la risorsa stessa a un indirizzo email. Se la risorsa è un epub, si potrebbe aggiungere un watermark (nell’ultima release di py-clave c’è una feature che fa proprio questo).

Il processo di OCR viene gestito durante la richiesta POST, può richiedere dai 7 ai 12 secondi per essere completato ed è piuttosto pesante computazionalmente. Idealmente, il task dovrebbe essere delegato a un’altra applicazione attraverso una job queue e restituire il risultato all’utente in modo asincrono. Esistono inoltre OCR proprietari molto più efficienti di tesseract.

Conclusioni

Py-BookBundler è da considerarsi come un proof of concept, l’illustrazione di un’ipotesi di lavoro secondo me non sufficientemente esplorata, almeno in Italia. Come raccontavo a Ivan in un’intervista su Apogeo:

[…] quello che mi sta davvero a cuore è riportare al centro del dibattito il tema della tecnologia al servizio della funzione editoriale, stimolando proposte e offrendo una base di partenza concreta su cui poter lavorare e reagire alla stagnazione che sta vivendo l’evoluzione dell’editoria digitale.

Anche questo progetto è pubblicato sotto licenza MIT, che garantisce la massima libertà nella modifica e nell’uso del codice. Commenti, feedback, critiche e contributi sono vivamente incoraggiati.