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  • Gabriele 03:37 on 16 August 2010 Permalink | Rispondi  

    Ho nel petto un fuoco che mi brucia e mi consuma passo dopo passo.
    La mia forza, la mia fragilità.

     
  • Gabriele 05:21 on 12 August 2010 Permalink | Rispondi  

    Tutto cambia, tutto resta com’è 

    Gattopardianamente vivo le mie ore. Appena ieri mattina mi svegliavo nella piccola casa di Viareggio accanto alla mia dolcissima A. e cercavo ogni sorta di scuse, plausibili o meno, per distaccarmene il più tardi possibile. Non avreste fatto anche voi lo stesso? Torno a Roma e m’immergo nelle mie febbrili e apparentemente inconcludenti attività. Spesso mi fermo davanti allo specchio chiedendomi inquieto se non mi stia sopravvalutando un po’ troppo. Forse, penso, il mio posto è davvero a pulire i cessi sulle navi. Forse, credo, compilerò per tutta la vita ogni sorta di proposal, di draft, di project agreement, solo per vedermeli rifiutati e derisi. Un po’ la paranoia che mi sto facendo adesso, per dire. Eppure non posso permettermi di smettere di provare. Sono fermamente risoluto ad arrendermi solo di fronte all’evidenza della sconfitta.

    Diceva sempre (lo dice ancora, ogni volta che lo vedo) mio nonno: quando tutto il resto fallisce, ti restano due mani per sudarti un pezzo di pane. Tutto il resto è un surplus che qualcuno può permettersi ma qualcun altro no. Saggio vecchietto, lui. In fondo per la sua epoca e per la sua stirpe era inconcepibile il solo pensare che un umile figlio del popolo potesse chiedere alla vita qualcosa di più di un impiego in Polizia. Non c’è da stupirsi se mi guarda sempre come fossi un alieno suo consanguineo. Non posso smettere di provarci. Non posso chiudere tutti i progetti nel faldone dei ricordi e arrendermi. Non ancora. Miglioro di anno in anno, e l’unico fattore che mi rema sistematicamente contro è la mia cronica mancanza di autostima e la fame di risultati e approvazione che mi divora. So bene che dovrei lavorare su questo aspetto della mia personalità e imparare a tenerlo sotto controllo, e imparare quantomeno a godermi il buono che finora sono riuscito a tirar fuori. Eppure no, niente di tutto questo. Messo a segno un risultato, esso evapora nel regno dell’acquisito nel volgere di tre ore e lascia spazio alla prossima ambizione. Un’ambizione lacerante e sconfinata che mi spinge impetuosamente avanti verso la prossima tappa, incapace di fermarmi.A quelli come me è concessa una sola opportunità. Non posso deludermi. Non posso deludere A. Ce la farò.

     
  • Gabriele 01:14 on 15 July 2010 Permalink | Rispondi  

    Stobenestomale 

    Come sto? Non lo so. Mediamente, non lo so. Dico sul serio. Non lo so. Non me lo chiedo mai, cerco di rifuggire ogni occasione che potrebbe portarmi a questa domanda. Mi rigiro nel letto abbracciando le mie incertezze, chiedendomi ad ogni respiro se tutto quello che sto facendo, tutti gli sforzi che sto impiegando nella ricerca di un mio spazio, di un mio ruolo nel mondo troveranno, un giorno, degna o almeno decorosa fioritura. Dormo poco. Dormo male. Mi sveglio colmo di sonno e concludo la fase REM sballottato sugli scomodissimi sedili del metrò. Vivo perennemente sospeso tra il fare e il non-fare, tra gli accessi di pensiero e l’azione forsennata. Scrivo poco, scrivo niente; scrivo sempre peggio. Mi riduco a frequentare i social network per non perdere il contatto con le azioni e i pensieri dei miei contatti (non so neanche più se la mia nozione di amicizia sia più così distante dal concetto di nodo in un mind map). Caffè, troppi caffè, e sigarette (troppe sigarette). La rassegna stampa del giorno sull’iPad e nelle notifiche dell’aggregatore RSS. Il mio quotidiano tran-tran di tabacco, caffeina e cristalli liquidi. Ma nel mio ufficio c’è il profumo dei libri freschi di stampa e delle bozze che posso leggere mesi prima che delizino pubblico e critici.

    Fuori dalla finestra, la città sorniona e i suoi sparuti alberelli malinconici. Sembra che soffrano l’afa, persino loro.

    Ho tanti progetti. Come sempre. Tanti anni non mi hanno cambiato di una virgola: ho sempre tanti progetti e una valigia di sogni da cui non mi separo mai. Finora non ho mai avuto torto, e quel che mi sono prefisso ho ottenuto senza grandissimi sforzi. Certamente mi ha giovato non avere mai coltivato sogni particolarmente complessi. Tuttavia niente mi è mai sembrato così distante e fumoso come il sogno di normalità che inseguo da anni. Cosa voglio? Niente più di quello che vogliono tutti e che moltissimi hanno già: una relazione stabile, un lavoro appagante e sicuro, un benessere appena superiore alla soglia del decoro, le vacanze al mare, un appartamento piccolo ma accogliente, acquistare mobili IKEA la domenica pomeriggio, rifarmi il guardaroba in un centro commerciale, passeggiare in primavera e villeggiare d’estate.

    Eppure è tutto perennemente in sospeso. L’università è in sospeso (in sonno, direbbero i massoni) seppure a un passo dal completamento. Continuo a rinviare esami, e ormai ho persino pudore di mettervi piede; non sopporterei di sentirmi domandare, anche lì, quando mai mi laureerò. Io, studente brillante e diligente! Andare fuori corso!

    Certo, il lavoro è stimolante ma precario. Mi trattano molto bene, colleghi e superiori. Ho piena autonomia decisionale e gestisco secondo i miei criteri le faccende di mia competenza.

    I miei sentimenti viaggiano su quattro ore di treno interregionale, e sa Iddio se non riuscirò a rovinare tutto con le mie sempiterne paturnie. L’amo moltissimo, questo è certo, e mi rallegro così sinceramente ogni volta che la sento per telefono. Spesso trattengo i miei moti di tristezza, ché non abbia a rattristarsene anche lei. Cerco di essere, e talvolta mi costringo, la persona allegra e sicura di cui si è innamorata. Ma tutto quel che ho tra le braccia, la gran parte del tempo, è solo spazio.

    «Come stai, caro?»
    «Bene!»

    Mentire è facile. Mentirsi non riesce mai. Nella mia coscienza non esiste Corte d’Appello, e il tribunale che ivi insiste emette sentenze irrevocabili e immediatamente esecutive.

    La mia felicità fa mille distinguo e parla solo per periodi ipotetici.


     
    • . 15:55 on 3 agosto 2010 Permalink

      Certe cose non cambiano mai, vero G.?

  • Gabriele 19:55 on 12 June 2010 Permalink | Rispondi  

    A. 

    Sono quasi le nove di sera. Qui a Vr. è una serata fresca e allegra, una di quelle che riescono – da sole – a risolvere ogni stortura della tua settimana. Sono discretamente seduto a un tavolo del locale della mamma di A. e la guardo mentre, malvolentieri, dà una mano coi piatti e le bevande degli avventori. C’è gente simpatica. Questi toscani mi sono sempre andati a genio. Particolarmente a genio. A. indossa un abitino azzurro che le sta d’incanto; e io mi sento l’uomo più fortunato del globo. La guardo estasiato. Quasi non credo che sia davvero mia e tutta mia. Quando si accorgerà quanto poco val la pena di stare con me? Spero il più tardi possibile. Non riuscirò mai a riempirmi a sufficienza gli occhi di lei. È un incanto di ragazza, è la mia pace. È molto più del meglio che potessi desiderare.

    La guardo. Le faccio una smorfia buffa. Lei ride.
    Non sono mai stato così contento di essere vivo.


     
    • alice 10:35 on 13 giugno 2010 Permalink

      Quando ti accorgerai che vale decisamente la pena di stare con te?
      Viva la provincia di Vr, ahahah :)

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